Come aiutare il figlio ansioso? Mandando mamma e papà in terapia

La strategia

Come aiutare il figlio ansioso? Mandando mamma e papà in terapia

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Un programma insegna ai genitori a individuare le principali preoccupazioni dei bambini ansiosi e a mettere a punto un piano per superarle. 
di redazione

Come si fa, si sbaglia. È il grottesco destino di tanti genitori che, spinti dalle migliori intenzioni, finiscono invece per non fare il bene dei figli. Il problema è che non sempre mamma e papà sanno qual è la cosa giusta da fare. 

Come aiutare per esempio un bambino che soffre d’ansia? Una strada, la prima che viene mente, è quella di portare il bambino da un esperto di terapia cognitivo comportamentale. Spesso però i figli non ne vogliono sapere di andare da uno psicologo e ai genitori non rimane che cimentarsi in un rischioso “fai da te”. Il risultato è una serie di comportamenti poco equilibrati. C’è chi attribuisce troppa importanza al disagio e chi invece si dimostra eccessivamente disinteressato. In entrambi i casi si rischia di amplificare il problema innescando una spirale senza fine. 

Uno studio appena pubblicato sul Journal of the American Academy of Childhood and Adolescent Psychiatry ha dimostrato che offrire ai genitori dei bambini che soffrono di ansia uno specifico trattamento terapeutico è tanto utile quanto sottoporre alla terapia i bambini stessi. 

I ricercatori hanno coinvolto nell’esperimento 124 bambini tra i 7 e i 14 anni di età con una diagnosi di disturbo d’ansia. I partecipanti sono stati divisi in maniera casuale in due gruppi: il bambini del primo gruppo sono stati indirizzati a una terapia cognitivo-comportamentale, quelli del secondo non hanno seguito alcuna terapia in prima persona ma i loro genitori hanno partecipato a un programma di sostegno alla genitorialità chiamato Supportive Parenting for Anxious Childhood Emotions (Space). 

Entrami i percorsi terapeutici prevedevano 12 sedute una volta a settimana della durata di 60 minuti. 

Nel programma Space i genitori trovavano risposte ai tanti dubbi sul comportamento da adottare. 

È opportuno continuare a dare risposte rassicuranti alle domande di un bambino ossessivamente ripetute? È salutare portarlo dal dottore se la sua paura è quella di soffrire di qualche malattia? È di aiuto evitare la visita di amici in casa se la sua timidezza lo costringe a vivere come una tortura i rapporti sociali? Oppure, è utile far finta di niente e liquidare frettolosamente una richiesta di aiuto?

Gli esperti del programma Space, insegnano ai genitori a interrompere il circolo vizioso dell’ansia cambiando atteggiamento. Suggerendo, per esempio, nuove risposte da dare a un figlio in preda al panico che insistentemente rivolge all’adulto di turno la stessa domanda in cerca di rassicurazioni. La reazione auspicabile è qualcosa del tipo: “Capisco quanto tu sia ansioso e comprendo perfettamente come questa sensazione sia spiacevole per te, ma so che tutto andrà bene e che non ti sto aiutando rispondendo alle tue domande. Quindi ho deciso che d’ora in poi non ti risponderà più”. 

I genitori nel corso del programma terapeutico sono stati aiutati dai counselor a individuare le principali preoccupazioni dei bambini e a mettere a punto un piano, con tanto di indicazioni pratiche, per superarle. 

L’obiettivo doveva essere quello di rendere i bambini autonomi nella gestione della loro ansia evitando di prevenire le loro paure.

Ebbene, la strategia terapeutica indiretta con il coinvolgimento dei soli genitori ha aiutato ad abbassare i livelli d’ansia dei piccoli tanto quanto la terapia comportamentale offerta direttamente ai bambini. 

Secondo Eli Lebowitz, principale autore dello studio, il genitore di un bambino ansioso che non vuole andare dallo psicologo può aiutare il figlio a stare meglio anche se in terapia ci va lui.