La longevità val bene una messa: i fedeli praticanti vivono più a lungo

Non solo preghiera

La longevità val bene una messa: i fedeli praticanti vivono più a lungo

Chi frequenta assiduamente i luoghi religiosi riduce le probabilità di morte prematura del 40%
redazione

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È arrivato il momento di considerare la religiosità un determinante della salute. La proposta di uno studio pubblicato su Pols One si basa su dati che dimostrano come la frequentazione dei luoghi di culto sia associata a un allungamento della vita.

Gli epidemiologi li chiamano “determinanti della salute”. Si tratta di quei fattori che possono influenzare lo stato di salute di un individuo o di una comunità. Da tempo Ellen Idler, professore di epidemiologia alla Rollins School of Public Health della Emory University, propone di introdurre la religiosità nella lista dei determinanti della salute. Su questo argomento ha anche scritto un libro dall’eloquente titolo “Religion as a social determinant of Public Health”, uscito nel 2014. La tesi di fondo è che la fede faccia bene al corpo oltre che allo spirito. In un recente studio pubblicato su Plos One, Idler e i suoi colleghi hanno dimostrato che chi frequenta luoghi religiosi almeno una volta a settimana, o più spesso, vive più a lungo.  

I ricercatori hanno raccolto i dati di uno studio longitudinale dell’Università del Michigan, l’Health and Retirement Study (Hrs), condotto tra il 2004 e il 2014 con lo scopo di individuare fattori sociali ed economici associati alla mortalità in uomini di mezza età e anziani.  

«I nostri risultati dimostrano una relazione tra religione e mortalità in un campione adulto rappresentativo a livello nazionale - scrivono gli autori -  che è paragonabile all'associazione di altri determinanti sociali di salute già noti, tra cui i fattori demografici e socioeconomici». Chi frequenta regolarmente chiese, moschee, sinagoghe o altri luoghi di culto ha un rischio di morte prematura del 40 per cento inferiore rispetto a chi non partecipa alle funzioni religiose. Sembra quindi che la longevità si conquisti con la preghiera, ma non basta essere credenti, bisogna anche essere praticanti. Più si frequenta la parrocchia (o i luoghi analoghi di altre confessioni), più la vita si allunga. Ma anche chi partecipa ai rituali religiosi meno assiduamente ottiene dalle preghiere un vantaggio sulla salute e guadagna anni di vita in più rispetto a chi non frequenta mai gli edifici sacri. E non c’è alcuna differenza tra una religione e un’altra. 

I ricercatori, sempre più convinti che la religiosità vada considerata un determinante della salute, hanno proposto qualche ipotesi per spiegare il curioso fenomeno. Innanzitutto i fedeli diligenti partono avvantaggiati perché generalmente sono meno inclini al fumo e all’alcol di quanto lo siano i non credenti. A questo vantaggio di partenza vanno aggiunti i benefici degli appuntamenti periodici nei luoghi religiosi di riferimento. La socialità, è risaputo, fa bene alla salute anche per il sostegno pratico, oltre che spirituale, che i membri della comunità offrono ai loro compagni.

A questo punto i ricercatori si chiedono come sia stato possibile finora trascurare l’impatto della fede sulla salute pubblica. 

«È sorprendente - concludono i ricercatori - che coloro che studiano i fattori sociali delle disuguaglianze sanitarie, specialmente quelle associate alla salute globale, abbiano quasi completamente dimenticato di occuparsi della religione come uno dei determinanti sociali della salute».