Dalla “schiscia" all’happy hour. Vizi e virtù delle abitudini alimentari degli universitari fuori sede

L’indagine

Dalla “schiscia" all’happy hour. Vizi e virtù delle abitudini alimentari degli universitari fuori sede

Possono fare a meno del pesce ma non dell’happy hour, contano sulle scorte preparate dalla famiglia e quando il frigo è vuoto ricorrono ai take away. È la fotografia dei ragazzi che studiano lontano da casa
redazione

All’ora di cena il frigo è vuoto? La soluzione è dietro l’angolo, nel vero senso della parola: il kebab, la pizza, il cinese o gli altri take away sotto casa non deludono mai. Così gli studenti universitari fuori sede rimediano a una giornata troppo piena di lezioni e di studio per poter lasciare spazio alla spesa. Il 60 per cento dei ragazzi ricorre al cibo d’asporto almeno una volta a settimana. A pranzo sono più organizzati:  il 73 per cento tira fuori la “schiscia” o lunchbox, che dir si voglia, ma la metà non rinuncia al cibo che arriva da casa almeno una volta al mese. La fotografia delle abitudini alimentari dei fuori sede è scattata da un’originale indagine della Fondazione Istituto Danone (Fid) in partnership con l’Università Cattolica del Sacro Cuore e l’Università degli Studi di Pavia, presentata in occasione della celebrazione del 25° anniversario della stessa Fid. 

La giornata tipo dell’universitario sempre prevede la prima colazione: il 10 per cento del campione salta il pasto più importante della giornata. Gli altri però non fanno scelte molto più sane. Perché escludono proprio gli alimenti più indicati. Solo il 23 per cento consuma yogurt o cereali (31%) e succhi di frutta (30%). 

Ligi alle regole della sana alimentazione restano in pochi anche per lo spuntino: il 30 per cento mangia un frutto mentre molti si sfamano con quello che trovano. 

A fine giornata arriva l’immancabile aperitivo. Il 51 per cento non vi rinuncia almeno una volta a settimana anche fuori dal week end. 

Chi vive lontano da casa cambia necessariamente abitudini alimentari. Si interessa ai cibi biologici (il 24%) e integrali (il 33%) ma rinuncia ai piatti che trovava in tavola quando stava in famiglia. Il pesce è il primo escluso dai menu degli studenti fuori sede. Il 19,5 per cento sostiene sia troppo caro per il budget di spesa a loro disposizione. 

Gli acquisti al supermercato vengono decisi, infatti, prima di tutto in base al prezzo. Ma si fa anche attenzione a presunte allergie alimentari. Il il 16 per cento degli intervistati dichiara di essere allergico ad alcuni alimenti come latticini o frutta, ma la maggior parte di loro (36%) non sa quale test allergologico sia indicativo del disturbo.

Le credenze sulle intolleranze alimentari rientrano nei 25 temi caldi (hot topics) individuati dalla Fondazione Istituto Danone su cui accendere i riflettori e promuovere una maggiore informazione. Si tratta di quei falsi miti trasformati non si sa perché in radicate convinzioni senza alcun fondamento scientifico. Del tipo: “per perdere peso bisogna consumare un basso contenuto di carboidrati”, “in gravidanza e durante l’allattamento la mamma deve mangiare per due”, “il caffè fa male”, “miele e zucchero di canna sono meno calorici e più sani dello zucchero bianco”. 

«Nel dopo-Expo -commenta Annamaria Castellazzi, vicepresidente di Fid Italia – riteniamo che continuare a investire in educazione su sana alimentazione e corretti stili di vita sia prioritario, al fine di sradicare cattive abitudini e falsi miti, dannosi per la salute».

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