Un’altra conferma per l’immunoterapia nel tumore del rene. Sopravvivenza oltre i 4 anni per metà dei pazienti trattati con nivolumab più ipilimumab

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Un’altra conferma per l’immunoterapia nel tumore del rene. Sopravvivenza oltre i 4 anni per metà dei pazienti trattati con nivolumab più ipilimumab

di redazione

Più della metà dei pazienti con carcinoma a cellule renali trattati con la combinazione dei farmaci immunoterapici nivolumab e ipilimumab è vivo a quattro anni di follow-up.

È il dato saliente dello studio clinico di Fase 3 CheckMate -214, presentato al Congresso virtuale 2020 della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO).

«Nivolumab più ipilimumab è la prima combinazione immunoterapica a dimostrare un vantaggio nella sopravvivenza globale rispetto a sunitinib nei pazienti a rischio intermedio e basso con carcinoma a cellule renali avanzato», ha affermato lo sperimentatore dello studio CheckMate -214, Laurence Albiges, head of Genitourinary Unit, Gustave Roussy Institute. «Ora, dopo quattro anni, l’efficacia duratura osservata nello studio CheckMate -214 rappresenta un importante progresso nel nostro obiettivo di cambiare le aspettative di sopravvivenza di questi pazienti».

CheckMate -214 è uno studio di Fase 3, randomizzato, in aperto, per la valutazione della combinazione nivolumab più ipilimumab in confronto a sunitinib nei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato non trattato precedentemente o metastatico. 

Il trial ha mostrato che nei pazienti a rischio intermedio e basso trattati con nivolumab più ipilimumab mostravano una sopravvivenza globale di 48,1 mesi (rispetto ai 26,6 mesi di sunitinib), un tasso di risposta globale del 65% (contro il 50% di sunitinib), una risposta completa nel 10% dei pazienti (rispetto all’1% di sunitinib). 

Per quel che riguarda l’analisi relativa a tutti i pazienti randomizzati, a 48 mesi dall’inizio del trial, la mediana di sopravvivenza globale non era stata raggiunta in tutti i pazienti randomizzati nel braccio con nivolumab più ipilimumab, mentre era di 38,4 mesi nel braccio con sunitinib. I tassi di sopravvivenza globale a quattro anni erano rispettivamente pari al 53,4% e al 43,3%.

«Abbiamo analizzato nivolumab più ipilimumab in studi di Fase 3 pluriennali nel carcinoma a cellule renali, nel melanoma, nel tumore del polmone non a piccole cellule e nel mesotelioma, e in tutti abbiamo osservato il miglioramento della sopravvivenza rispetto agli standard di cura esistenti», ha affermato Nick Botwood, vice president, interim head, Oncology Development, Bristol Myers Squibb. «I risultati a quattro anni dello studio CheckMate -214 sono costruiti sulla base delle nostre conoscenze e della nostra leadership nel carcinoma a cellule renali avanzato, rafforzando le potenzialità di benefici duraturi nella sopravvivenza a lungo termine con nivolumab più ipilimumab in prima linea. Nel complesso questi dati forniscono una ulteriore evidenza del valore, distinto ma complementare, della doppia inibizione di checkpoint nel trattamento dei tumori in stadio avanzato».

«Il tumore del rene è caratterizzato da elementi in comune con il melanoma, la prima neoplasia in cui è stata dimostrata l’efficacia dell’immuno-oncologia», ha spiegto Sergio Bracarda, direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica e Traslazionale dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni. «Non a caso, in passato, le due neoplasie sono state studiate insieme per verificare l’efficacia di diversi approcci terapeutici di tipo immuno-oncologico. Nei tumori renali la chemioterapia e la radioterapia si sono dimostrate, storicamente, poco efficaci. Il trattamento di elezione per la malattia localizzata è rappresentato dalla chirurgia, conservativa quando possibile. Ma soltanto circa il 30% dei casi guarisce grazie all’intervento. Il 35% dei pazienti arriva alla diagnosi già in stadio avanzato e, in un terzo, la malattia può recidivare in forma metastatica dopo l’intervento chirurgico. Nivolumab è stato il primo inibitore di checkpoint immunitario approvato in seconda linea, cioè in pazienti già trattati. L’immuno-oncologia sta aprendo prospettive importanti anche in prima linea, grazie alle diverse opzioni di combinazione con farmaci immunologici o antiangiogenici oggi disponibili».

Intanto emergono importanti prospettive anche dalla combinazione dell’immuno-oncologia con la terapia a bersaglio molecolare. «Nello studio di fase 3 CheckMate -9ER, che ha coinvolto 651 pazienti, nivolumab in combinazione con cabozantinib, un inibitore tirosin-chinasico, ha ridotto il rischio di morte del 40% rispetto a sunitinib», ha illustrato Bracarda. «Inoltre, la sopravvivenza libera da progressione mediana, endpoint primario dello studio, è raddoppiata (16,6 mesi) rispetto ai pazienti che hanno ricevuto solo sunitinib (8,3 mesi), così come il tasso di risposta oggettiva (56% rispetto a 27%). Va evidenziato anche il buon profilo di tollerabilità. Cabozantinib crea un microambiente tumorale che rende più efficace l’azione dell’immunoterapia, consentendo un’attività antitumorale sinergica in combinazione con nivolumab. I dati di CheckMate -9ER contribuiscono a rafforzare il valore della combinazione di nivolumab e cabozantinib in prima linea per i pazienti per cui viene scelto il regime costituito dall’immunoterapia con un inibitore di tirosin-chinasi».

Al Congresso ESMO è stata presentata anche un’esperienza italiana relativo all’utilizzo di ipilimumab associato a nivolumab. 

«Il programma di uso compassionevole della combinazione di nivolumab e ipilimumab conferma i risultati di CheckMate -214», ha concluso Giuseppe Procopio, responsabile dell’Oncologia Medica genitourinaria della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. «Sono stati coinvolti 324 pazienti con tumore del rene provenienti da 86 centri italiani, non ‘selezionati’ di solito negli studi randomizzati, ad esempio anziani con comorbidità e persone in fasi molto avanzate, quindi più difficili da trattare, o con particolari varianti istologiche del tumore del rene. Si tratta di un’importante esperienza nell’uso della combinazione nella pratica clinica quotidiana. Il programma del ‘mondo reale’ ha evidenziato, in una popolazione eterogenea e non selezionata, che l’efficacia e il profilo di tollerabilità della combinazione si mantengono inalterati e in linea con quanto emerso nello studio registrativo di fase III. È quindi una terapia che può essere somministrata nella popolazione che curiamo tutti i giorni», ha concluso Procopio.