Anaao Assomed: nel Recovery Plan poche luci e molte ombre sulla sanità

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Anaao Assomed: nel Recovery Plan poche luci e molte ombre sulla sanità

di redazione

Il Recovery Plan approvato dal Consiglio dei ministri «smentisce la retorica versata a larghe mani sulla sanità pubblica durante quindici mesi di pandemia, a cominciare dalla sua assunzione come priorità della ricostruzione nazionale» e la sanità «è tornata a essere Cenerentola».

Il severo giudizio è di Carlo Palermo, segretario nazionale dell'Anaao Assomed, il principale sindacato dei medici e dirigenti sanitari del Servizio sanitario nazionale.

I 15 miliardi che il Piano destina alla sanità «sono appena l’8% del fondo europeo, molto meno di quanto destinato al superbonus edilizio – precisa Palermo - e si giunge a 20 miliardi solo con la “terza gamba” del disavanzo nazionale».

Il piano «giustamente» assegna un terzo delle risorse alla sanità territoriale, ma, secondo Palermo, «non giudica bisognevole di investimenti adeguati il sistema ospedaliero, che ha evitato il collasso sociale e sanitario durante la pandemia. I 5,6 miliardi destinati all’ammodernamento strutturale, tecnologico e digitale degli ospedali appaiono largamente insufficienti rispetto alle necessità». Il segretario dell'Anaao ricorda che quasi la metà (il 45%) degli ospedali italiani sono stati costruiti prima del 1940, sono «scarsamente flessibili, concettualmente superati, con impiantistica obsoleta, insicuri sotto il profilo sia sismico che dei sistemi antincendio». E hanno attualmente una dotazione di posti letto (3,1 per mille abitanti) tra le più basse in Europa».

Tuttavia, avverte Palermo, l’adeguamento degli edifici sarebbe sufficiente per migliorare l'assistenza ai pazienti così come la tecnologia e i posti letto non possono funzionare senza il personale necessario: nel Pnrr, «manca ogni accenno, nemmeno in una prospettiva futura, al cambiamento della governance degli ospedali e del ruolo dei medici e dei dirigenti sanitari, oggi numeri chiamati a produrre altri numeri, o alla necessità di ridefinire la dotazione organica in senso espansivo, anche per affrontare, con costi a carico del Fsn, la pandemia sommersa creata dalle decine di milioni di prestazioni negate e rinviate causa Covid-19. Si sceglie di spendere, però, in una formazione manageriale, peraltro già obbligatoria per l’accesso alle funzioni apicali, funzionale a una fallimentare cultura economicistica».

Il segretario del sindacato osserva inoltre come sia «scomparso il finanziamento per eliminare la mobilità sanitaria, che aumenta le diseguaglianze finanziando i sistemi sanitari regionali ricchi con i soldi di quelli poveri»; che non è «nemmeno abbozzato un finanziamento aggiuntivo per la sanità del Sud, lasciata nella sua arretratezza strutturale e organizzativa»; che sono «scarsi» gli investimenti nella ricerca e non v'è «nessuna prospettiva per i ricercatori».

Insomma, tira le somme Palermo, il Piano restituisce «un quadro che, per mancanza di coraggio, disegna una sanità se non proprio uguale a prima, certo non abbastanza diversa. Unica luce l’incremento di 7.000 posti per la formazione medica post laurea».

Le criticità evidenziate dalla pandemia richiederebbero invece «consistenti investimenti» anche nel personale, in quel «capitale umano senza il quale nessun ridisegno e potenziamento del Ssn è immaginabile».

«No, non è andato tutto bene in questa pandemia» conclude Palermo. «E una crisi andrà sprecata se i professionisti, che sono la sanità pubblica perché le loro competenze segnano il confine tra la salute e la malattia, rimarranno delusi dalla mancanza del giusto riconoscimento per l’abnegazione e dedizione dimostrata, anche a costo della vita, per tutelare un diritto costituzionale di tutti i cittadini».