Coronavirus. Le 6 condizioni per passare alla fase 2

La roadmap

Coronavirus. Le 6 condizioni per passare alla fase 2

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Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus
di redazione

Tra le tante cose che ancora non sappiamo del virus Sars Cov-2, una certezza c’è: il contagio aumenta rapidamente ma diminuisce lentamente. Non è un’informazione trascurabile. Anzi. Secondo Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, quel dato è accompagnato da un corollario fondamentale: se la fase di discesa dell’epidemia è molto più lenta di quella della salita, significa che le misure di controllo devono essere sospese gradualmente, non tutte  

in una volta.  Questo è il principio di fondo della cosiddetta fase 2 indicato dal direttore dell’Oms nel messaggio di apertura al consueto incontro con la stampa su Covid-19 di ieri 13 aprile. 

In questo momento nel mondo ci sono Paesi, come il nostro, che stanno valutando l’uscita dal lockdown (qui una sintesi della BBC sulla situazione globale) e altri, soprattutto in Africa, Asia e America Latina, che stanno decidendo se adottare o no misure restrittive. In entrambi i casi, ha specificato Tedros Adhanom Ghebreyesus, le scelte devono essere condizionate da quel che sappiamo del virus e del suo comportamento. 

Cosa sappiamo sulla Covid-19 

Sappiamo, ha ricordato il direttore generale, che l’infezione viaggia velocemente e in alcuni Paesi il numero dei contagi raddoppia ogni 3-4 giorni. Sappiamo che è mortale, 10 volte più mortale della pandemia influenzale del 2009 (la “suina). Sappiamo che il virus si diffonde più facilmente in ambienti affollati come case di cura e ospedali. Abbiamo individuato però alcune strategie efficaci per limitare il contagio: il riconoscimento precoce dei casi positivi, i test, l’isolamento e il monitoraggio dei contatti. Grazie a queste informazioni possiamo pianificare le decisioni di salute pubblica. 

Le 6 condizioni per la riapertura

Nelle prossime ore verranno forniti maggiori dettagli sulle misure strategiche da adottare nelle diverse fasi del contagio. 

Intanto però l’Oms indica 6 criteri che devono essere rispettati per poter revocare le misure restrittive. 

Punto primo: la trasmissione del virus deve essere sotto controllo. Non viene specificato, ma ci si riferisce al valore dell’indice R0: un’epidemia viene contenuta quando l’indice di contagiosità R0 è inferiore a 1. 

Punto secondo:  il sistema sanitario deve essere in grado di individuare i casi positivi, eseguire i test, isolare i contagiati, offrire cure a tutti i pazienti e tenere traccia dei contatti. 

Punto terzo: i rischi dell’epidemia devono essere ridotti al minimo negli ospedali e nelle case di cura.

Punto quarto:  i luoghi di lavoro, le scuole e altri spazi frequentati dalle persone devono essere sicuri, provvisti di misure preventive anti contagio. Qui si sta parlando di mascherine, guanti, divisori in plexiglas, distanziamenti ecc.. 

Punto quinto: bisogna assicurarsi di essere in grado di gestire il rischio dei contagi importati e la nascita di nuovi focolai. In Cina i casi positivi arrivati dall’estero sono in totale 108. 

Punto sesto: la popolazione deve essere informata, consapevole e responsabilmente disposta a impegnarsi al rispetto delle nuove norme. 

La proposta scientifica italiana

Istituire una nuova struttura di monitoraggio e risposta flessibile che operi sotto il coordinamento di Protezione Civile e Ministero della Salute con il supporto tecnico dell’Istituto Superiore di Sanità e che preveda delle articolazioni regionali. Questa idea è al centro della richiesta firmata da virologi, epidemiologi, Federazione degli Ordini dei medici, medici di medicina generale. 

Il documento intitolato “Una proposta per riaprire l’Italia” suggerisce un piano per la fase 2 in 5 mosse, per molti aspetti sovrapponibili a quelle dell’Oms. Torna anche qui la necessità di eseguire un elevato numero di test tra la popolazione generale, di individuare precocemente attraverso un vigile sistema di sorveglianza i potenziali focolai, di adottare tecnologie per il monitoraggio dei contatti. In più viene proposto un accordo (per ora piuttosto vago) con gli organi di stampa (attraverso l’Ordine dei giornalisti) per una condivisione della strategia comunicativa che eviti i danni dell’eccessivo allarmismo o della sottovalutazione del problema (che è un po’ come dire al giornalista di fare il suo mestiere).