Covid-19. Un nuovo caso di reinfezione

Il caso

Covid-19. Un nuovo caso di reinfezione

Il paziente, un venticinquenne americano, ha contratto nuovamente l'infezione dopo un mese dalla guarigione sviluppando una forma più severa della malattia

Test_PCR_dépistage_SARS-CoV-2_prélèvement_nasal_Strasbourg_21_août_2020.jpg

Immagine: Claude Truong-Ngoc / Wikimedia Commons - cc-by-sa-4.0 / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)
di redazione

In 48 giorni, ha contratto l’infezione da SARS-CoV2, è guarito e si è infettato nuovamente. È accaduto a un venticinquenne residente nella contea di Washoe, in Nevada (USA). È il quinto caso documentato dall’inizio della pandemia di reinfezione: ne erano stati registrati uno in Belgio, uno in Olanda, uno a Hong Kong e infine uno in Ecuador. Quest’ultimo paziente aveva con il venticinquenne americano una preoccupante caratteristica: la seconda infezione si è dimostrata peggiore della prima, al punto da richiedere il ricovero e l’intubazione.

Questo nuovo caso di reinfezione, riportato su Lancet Infectious Diseases, ora preoccupa i ricercatori sulla durata dell’immunità acquisita dopo un’infezione da SARS-CoV2.

Il paziente 5

Lo scorso 18 aprile il giovane americano si era presentato per sottoporsi al tampone nella contea di Washoe. Aveva sintomi compatibili con un'infezione virale (mal di gola, tosse, mal di testa, nausea e diarrea) iniziati tre settimane prima. Non aveva altre patologie né la gravità dei sintomi destava preoccupazione. Nonostante il tampone positivo, i medici hanno quindi deciso di non ricoverarlo e di metterlo semplicemente in isolamento. A fine aprile è completamente guarito, ma il 28 maggio ha cominciato ad accusare sintomi simili a quelli che aveva sperimentato prima, ma molto più intensi: febbre, mal di testa, vertigini, tosse, nausea, e diarrea. Decide di recarsi in un ambulatorio dove viene sottoposto a radiografia al torace e dimesso. Ma 5 giorni dopo deve rivolgersi a un medico di base perché ha difficoltà a respirare: a quel punto viene indirizzato la Pronto Soccorso. 

Immagine: Tillett RL et al, Genomic evidence for reinfection with SARS-CoV-2: a case study, Lancet Infect Dis 2020

Di fronte a un caso così strano, la prima domanda dei ricercatori è stata veramente se si fosse trattato di due infezioni successive e non semplicemente di una “ripresa” della prima infezione. 

Ebbene, l’analisi del genoma virale contenuto nei campioni prelevati al paziente ad aprile e a giugno ha mostrato delle differenze evidenti nelle caratteristiche genetiche del virus che lasciano pochi dubbi sul fatto che si sia trattato di due infezioni diverse. 

«Ci sono ancora molte incognite sulle infezioni da SARS-CoV-2 e sulla risposta del sistema immunitario, ma i nostri risultati segnalano che una precedente infezione da SARS-CoV-2 potrebbe non proteggere necessariamente da infezioni future», ha detto il coordinatore dello studio Mark Pandori, del Nevada State Public Health Laboratory. «È importante comunque notare che questa è una scoperta singolare e non è generalizzabile. Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche, la possibilità di reinfezioni potrebbe avere implicazioni significative per la nostra comprensione dell'immunità COVID-19, specialmente in assenza di un vaccino efficace. Suggerisce inoltre che le persone che sono risultate positive al test SARS-CoV-2 dovrebbero continuare a prendere serie precauzioni quando si tratta di proteggersi dal virus, come l'allontanamento sociale, l'uso di mascherine e il lavaggio delle mani». 

Come è possibile?

Ora, le domande che serpeggiano tra i ricercatori  sono molte. Questi casi vanificano l’idea che aver contratto l’infezione conferisca l’immunità al virus? Si tratta di casi isolati?

«Abbiamo bisogno di ulteriori ricerche per capire quanto può durare l'immunità per le persone esposte a SARS-CoV-2 e perché alcune di queste seconde infezioni, sebbene rare, si presentano come più gravi», ha aggiunto Pandori, che precisa: «Finora, abbiamo visto solo una manciata di casi di reinfezione, ma ciò non significa che non ce ne siano altri, soprattutto perché molti casi di COVID-19 sono asintomatici. Al momento, possiamo solo speculare sulla causa della reinfezione». 

E che dire del fatto che la seconda infezione sia stata più grave della prima?

Era già accaduto con un paziente ecuadoriano, mentre i casi documentati in Belgio, Paesi Bassi e Hong Kong non avevano mostrato una differenza nella gravità dei sintomi tra la prima e la seconda infezione. 

Sul come sia accaduto finora ci sono solo ipotesi: la prima è che nella seconda infezione, semplicemente, il paziente sia stato esposto a una dose molto alta del virus che ha forma più grave della malattia; la seconda è che il paziente possa essere entrato in contatto con una versione più virulenta del virus. C’è un’ipotesi, però, più preoccupante: che ,come visto in precedenza con il primo virus della SARS e con altre malattie come la dengue, una prima infezione inneschi, in caso di reinfezione, un fenomeno definito “potenziamento anticorpo-dipendente”. La patologia in questo caso si manifesta in forma più grave perché i meccanismi che stanno alla base della protezione immunitaria, paradossalmente, amplificano l’infezione o innescare meccanismi patologici del sistema immunitario. 

Resta esclusa invece la possibilità che possa trattarsi di una forma di riattivazione del virus rimasto in qualche modo latente: questa ipotesi non spiegherebbe infatti il perché la seconda versione del virus avesse caratteristiche genetiche diverse dalla prima. 

Resta poi l’ipotesi più remota: che il povero paziente sia stato infettato contemporaneamente da due virus. Nella prima fase, l’emersione di uno dei due agente ha dato il via alla prima infezione mantenendo in qualche modo latente il secondo. Questo sarebbe poi emerso in un secondo momento, quando il sistema immunitario avrebbe sconfitto il concorrente lasciandogli strada libera. 

Il sommerso

Per chiarire cosa effettivamente sia successo nel giovane paziente americano occorreranno altri studi. E forse non si giungerà mai a una conclusione. Soprattutto, però, bisognerà capire se le pochissime reinfezioni osservate finora siano veramente casi isolati o se semplicemente finora non siamo stati in grado di intercettare il fenomeno. 

In questo e negli altri casi di reinfezione i pazienti hanno mostrato sintomi di COVID-19 sia nella prima sia nella seconda manifestazione della malattia, il che li ha portati a ricevere due diagnosi con tampone. Sono state inoltre svolte approfondite analisi molecolari che hanno confermato che si trattava effettivamente di due infezioni diverse e non semplicemente di una falsa guarigione. Ma cosa sarebbe avvenuto se la prima infezione o la seconda fossero state asintomatiche o paucisintomatiche? Probabilmente non ne avremmo saputo niente. E quanti altri pazienti di questo tipo ci sono nel mondo?

Oggi non lo sappiamo. Di certo, quello delle reinfezioni è un tema caldo. Perché dalla efficacia e dalla durata della protezione del sistema immunitario nei confronti del virus dipende il concretizzarsi della più grande speranza contro Covid-19: il vaccino.

Caratteristiche dei quattro casi di reinfezione noti fino a oggi. Immagine: Iwasaki A, What reinfections mean for COVID-19, Lancet infect Dis 2020

I casi di reinfezione, infatti, spiega in un commento all’articolo Akiko Iwasaki della Yale University School of Medicine, pongono diversi quesiti: le reinfezioni sono causate da una scarsa risposta immunitaria alla prima infezione? E cosa dovrebbe determinare una risposta debole, visto che dei cinque casi di reinfezione finora noti nessuno aveva deficit immunitari? Esiste una soglia di “forza” della risposta immunitaria oltre la quale la prima si ottiene un’immunità efficace? E l’immunità conferita da un’infezione esercita veramente una qualche protezione dalla malattia, se non impedendo una nuova infezione, almeno rendendo più efficiente la risposta immunitaria? E poi, cosa rende alcune reinfezioni più severe rispetto alla prima malattia? Ancora, il fatto che nei casi di reinfezione siano stati isolati virus geneticamente diversi significa che saranno richiesti più versioni del vaccino?

Tutte domande che oggi non hanno risposte chiare. Ma che sono fondamentali per capire che tipo di protezione ci si possa attendere la vaccino contro Covid-19