Cresce la spesa per i farmaci antitumorali. Gli oncologi: per frenarla serve più prevenzione

ESMO 2019

Cresce la spesa per i farmaci antitumorali. Gli oncologi: per frenarla serve più prevenzione

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La sfida futura è arrivare a una prevenzione personalizzata di ogni persona sulla base dei rischi genetici e, quindi, non modificabili soltanto con gli stili di vita
di redazione

A oggi, l'unico modo per frenare l'aumento della spesa per curare i tumori è … prevenirli.

In sostanza, è questo il messaggio che gli oncologi italiani lanciano dall'Esmo, il congresso della Società europea di oncologia, in corso a Barcellona, per voce di Giordano Beretta, presidente eletto dell'Aiom, l'associazione italiana di oncologia medica.

La spesa per i farmaci anticancro in Italia è aumentata di oltre 650 milioni di euro in un anno: era di 5 miliardi nel 2017, ha raggiunto i 5 miliardi e 659 milioni nel 2018.

A fronte di questo aumento, comunque, nel nostro Paese tutti i pazienti riescono ad accedere alle terapie migliori. In cinque anni (tra il 2013 e il 2017) nel mondo sono stati commercializzati 54 nuovi trattamenti anticancro e l’Italia ha garantito (entro il 2018) la disponibilità a 35 di queste molecole innovative, collocandosi al quinto posto a livello internazionale dopo Stati Uniti (52), Germania (43), Regno Unito (41), Francia (37), e davanti a Canada (33), Spagna (30) e Giappone (29).

Al congresso di  Barcellona (circa 25 mila medici partecipanti) sono stati presentati anche alcuni studi secondo i quali molti dei nuovi farmaci anticancro avrebbero un ridotto valore aggiunto per i pazienti, in termini di sopravvivenza, qualità di vita o trattamento delle complicanze, rispetto ai trattamenti standard, e il cui maggior costo sarebbe solo raramente giustificato. Uno di questi è stato condotto da istituti francesi di ricerca insieme alla Law School Suffolk University di Boston e ha valutato la relazione tra il prezzo dei farmaci innovativi e i loro benefici terapeutici aggiuntivi rispetto alle terapie standard. In particolare, sono stati considerati 36 medicinali per il trattamento dei tumori solidi registrati dall'Agenzia europea per i medicinali (Ema) tra il 2004 e il 2017. Secondo lo studio, circa la metà di questi nuovi farmaci aveva un basso valore aggiunto sulla base dei parametri di valutazione della scala Esmo e circa i due terzi dimostravano un basso valore aggiunto sulla base della scala di parametri utilizzata dagli enti regolatori francesi.

Secondo Beretta, però, i dati di questi studi vanno letti «con cautela» anche se «c’è del vero perché ci sono tanti farmaci di cui forse si potrebbe fare a meno non perché non funzionano, ma perché magari avevamo già qualcosa di simile; e dobbiamo considerare che in un sottogruppo di pazienti potrebbe avere una qualche efficacia. Gli enti regolatori - aggiunge - devono stare attenti a registrare sulla base di endpoint solidi tra cui, oltre alla sopravvivenza, anche il controllo della sintomatologia».

Detto questo, però, «circa il 40% delle neoplasie può essere evitato seguendo uno stile di vita sano»: no al fumo, sì a un'attività fisica costante e a un'alimentazione corretta, sottolinea Stefania Gori, attuale presidente nazionale Aiom, che al prossimo congresso dell'associazione (fine ottobre a Roma) lascerà il testimone a Beretta. «In Italia il 34,5% dei cittadini è sedentario – ricorda Gori - il 31,6% è in sovrappeso, il 10,9% obeso e il 25,7% fuma. Per invertire la tendenza serve maggiore consapevolezza anche da parte degli operatori sanitari: solo un fumatore su due ha ricevuto il consiglio di smettere di fumare; suggerimenti sull’attività fisica sono stati forniti solo al 30% dei cittadini e meno della metà delle persone in eccesso ponderale ha ottenuto dal proprio medico indicazioni per perdere peso».

Sugli stili di vita, però, è possibile definire programmi di prevenzione “personalizzata”, in relazione all’età e alle abitudini dei singoli e così come in alcuni tumori si stanno delineando percorsi di prevenzione “su misura”.

Per esempio, «il 5-7% dei tumori della mammella e il 10-20% delle neoplasie dell’ovaio – ricorda la presidente Aiom - sono dovuti a una predisposizione ereditaria, riconducibile in particolare alle mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2. Questo significa – precisa - che nel nostro Paese ogni anno circa 3 mila casi di carcinoma della mammella e circa mille all’ovaio potrebbero essere evitati o individuati in fase molto precoce proprio adottando strategie mirate ed efficaci. È quindi fondamentale che il test BRCA venga eseguito nei familiari sani delle pazienti in cui è stata individuata una variante dei geni BRCA1/2 e che, in caso di positività, venga loro offerto gratuitamente il programma di prevenzione, eventualmente con l’introduzione di un codice di esenzione per malattie genetiche ereditarie. L’identificazione di una frazione di pazienti con carcinoma prostatico o pancreatico metastatico portatori di mutazione BRCA sta inoltre aprendo nuovi orizzonti anche per quanto riguarda la valutazione dei loro familiari sani: nel caso risultino portatori sani di mutazione BRCA, dovranno essere avviati a percorsi di prevenzione. È, quindi, un nuovo mondo in espansione per una prevenzione dei tumori». Qualche cosa di analogo sta avvenendo anche per la prevenzione del cancro del polmone.

«La sfida futura – assicura Beretta - è arrivare a una prevenzione personalizzata di ogni persona sulla base dei rischi genetici e, quindi, non modificabili soltanto con gli stili di vita. Solo uno sviluppo di organizzazione, terapia e prevenzione personalizzata potrà offrire benefici tali da mantenere la sostenibilità del sistema sanitario, guarendo al contempo un numero sempre maggiore di pazienti».

In Italia la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi raggiunge il 63% nelle donne e il 54% negli uomini. Circa 3 milioni e mezzo di persone vivono dopo la scoperta della malattia, cifra in costante crescita.

La malattia «sta diventando sempre più cronica grazie ad armi efficaci come l’immuno-oncologia e le terapie a bersaglio molecolare – osserva il presidente eletto Aiom - che si aggiungono a chirurgia, chemioterapia, ormonoterapia e radioterapia. Evidenti i risultati in alcune delle neoplasie più frequenti: la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi raggiunge il 92% nel tumore della prostata, l’87% nella mammella, il 79% nella vescica e il 65% nel colon-retto».

Sul fronte dell’organizzazione, «la svolta è rappresentata dalla reale istituzione delle reti oncologiche regionali – conclude la presidente Gori - attive solo in Piemonte e Valle D’Aosta, Veneto, Toscana, Umbria, Liguria, Provincia autonoma di Trento, Puglia e Campania oltre che in Lombardia ed Emilia-Romagna, pur se con configurazioni differenti. La concreta realizzazione di questi network consentirà di migliorare i livelli di appropriatezza, di estendere a tutti i cittadini i programmi di prevenzione e di risparmiare risorse da utilizzare per velocizzare l’accesso ai farmaci innovativi».