Diabete 1. Il trapianto di isole pancreatiche cambia la vita

La sperimentazione

Diabete 1. Il trapianto di isole pancreatiche cambia la vita

I risultati di un trial clinico su 48 pazienti sono incoraggianti
redazione

pancreas.jpg

Dopo l’intervento, i pazienti si sono liberati degli episodi di ipoglicemia e della paura collegata a questi. Sono soddisfatti dei risultati anche coloro che devono continuare la terapia insulinica

La qualità di vita delle persone con diabete 1 migliora notevolmente dopo il trapianto di isole pancreatiche. È quanto dimostra uno studio pubblicato su Diabetes Care che riporta i risultati di un trial clinico di fase 3 finanziato dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid) e dal National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases (Nidkk), entrambi appartenenti ai National Institutes of Health.

Il trial ha coinvolto 48 pazienti con diabete di tipo 1 in 8 strutture americane con ripetuti e gravi episodi di ipoglicemia nonostante seguissero una terapia insulinica. I ricercatori hanno seguito un protocollo approvato dall’Fda per purificare le isole pancreatiche provenienti da donatori deceduti. 

«Nonostante la terapia insulinica sia un salva-vita - ha dichiarato il direttore del Niaid Anthony S. Fauci - il diabete 1 resta una patologia estramemente difficile da gestire. Per le persone che non riescono ad avere un controllo sicuro della patologia nonostante la terapia medica ottimale, il trapianto di isole pancreatiche offre la speranza di migliorare non solo la salute fisica ma anche la qualità di vita in generale».

Le isole  pancreatiche  rilasciano l’insulina che aiuta a controllare i livelli di glucosio nel sangue. Nel diabete 1, che è una malattia autoimmune, il sistema immunitario attacca e distrugge le cellule che producono insulina nelle isole pancreatiche.

La terapia insulinica a cui sono costretti i pazienti con diabete 1 non è in grado di controllare il livello di glucosio nel sangue come avviene in modo naturale con le cellule del pancreas. Anche il monitoraggio più diligente non riesce a impedire le anomalie nel livello di glicemia. I sintomi dell’ipoglicemia, sudore, tremore, nausea e palpitazioni, non sono sempre avvertiti in modo chiaro dai pazienti. La mancata consapevolezza del calo glicemico espone i diabetici a rischiosi episodi di ipoglecemia che impediscono ai pazienti di correre ai ripari e mettono in pericolo la loro vita. 

«Le persone con diabete 1 che sono a maggiore rischio di episodi di ipoglicemia devono prestare attenzione in ogni momento anche quando dormono - ha dichiarato Griffin P. Rodgers direttore del Nidkk - È una condizione estenuante che esattamente come gli episodi stessi di ipoglicemia gli impedisce di vivere una vita piena. Nonostante il trapianto di isole pancreatiche sia ancora sperimentale, siamo molto incoraggiati dai risultati dello studio».

Tutti i partecipanti al trial sono stati sottoposti ad almeno un trapianto di isole pancreatiche. Un anno dopo il primo trapianto 42 pazienti (88%) si erano liberati degli episodi di ipoglicemia riuscendo a tenere sotto controllo il glucosio nel sangue. Inoltre, erano in grado di accorgersi del calo glicemico. 

Circa metà dei pazienti ha dovuto comunque continuare a prendere l’insulina per controllare i livelli di glucosio nel sangue perché l’attività delle nuove cellule pancreatiche ricevute non era sufficiente a garantire il rilascio ideale di insulina. Tutti i pazienti sottoposti al trapianto hanno dovuto assumere quotidianamente un immunosoppressore per prevenire il rigetto. Nonostante questo impegno, i pazienti hanno dichiarato di avere ottenuto un miglioramento nella qualità di vita. E valeva lo stesso per chi comunque non poteva rinunciare all’insulina. 

I ricercatori sono convinti che essere riusciti a eliminare gli episodi di ipoglicemia e la paura legata che li accompagna abbia superato di gran lunga il fastidio delle iniezioni di insulina. 

Il trapianto di isole pancreatiche non è indicato per pazienti con diabete 1 che riescono a gestire bene i livelli di glicemia perché comporta alcuni rischi dovuti all’intervento, come emorragie, o agli effetti collaterali degli immunosoppressori come problemi ai reni e maggiore predisposizione alle infezioni.