Ebola: da agosto quasi 500 morti in Congo. 97 sono bambini

L'epidemia

Ebola: da agosto quasi 500 morti in Congo. 97 sono bambini

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Immagine: © Unicef
di redazione

Da agosto dello scorso anno il virus dell'ebola ha ucciso quasi 500 persone nella Repubblica democratica del Congo; di queste 97 erano bambini, più della metà dei quali (65) avevano meno di cinque anni.

Le ultime cifre di questa seconda grave epidemia che ha colpito il Paese le dà Save the children, organizzazione che da cento anni lotta per salvare i bambini a rischio, secondo cui il numero delle vittime potrebbe aumentare perché c’è stato un incremento di nuovi casi a gennaio, da circa venti a settimana a più di quaranta.

Nella Repubblica democratica del Congo (RdC) negli ultimi sei mesi, almeno 785 persone sono state ritenute infette dal virus (731 casi confermati), di cui 484 sono morte, il 60% delle quali donne. Solo nelle ultime tre settimane di gennaio ci sono stati circa 120 nuovi casi.

L'insicurezza e la violenza nell'est del Paese, unite al clima di paura che si è diffuso in alcune comunità, inoltre, rendono difficile contenere l'epidemia.

«Se non adottiamo misure urgenti per contenerla – prevede Heather Kerr, direttrice di Save the Children nella Repubblica democratica del Congo - l'epidemia potrebbe durare altri sei mesi, se non tutto l'anno. La RdC è un Paese che soffre di violenze e conflitti e di una gravissima carestia: circa 4,6 milioni di bambini sono gravemente malnutriti. Le preoccupazioni principali per molte persone sono la sicurezza e assicurarsi che abbiano abbastanza da mangiare. Ma anche l'Ebola deve essere una priorità».

Per Kerr «è essenziale curare le persone infette, ma allo stesso tempo è importante lavorare per impedire che l'ebola si diffonda ulteriormente. Per questo siamo chiamati ad aumentare i nostri sforzi per raggiungere i giovani e i leader all’interno delle comunità in modo da sensibilizzare il più possibile la popolazione, che spesso non è pienamente consapevole dei rischi legati al virus, e creare un clima fiducia attorno agli operatori umanitari che spesso devono operare in contesti di sicurezza precaria».

Marie-Claire Mbombo, esperta di protezione dell’infanzia di Save the Children, racconta che «un ragazzo mi ha detto che i suoi genitori non parlavano mai del virus a casa, era un tabù e questo contribuiva a spaventarlo ulteriormente. Ma grazie alle informazioni ricevute in seguito all’organizzazione di una diffusa campagna di sensibilizzazione, hanno iniziato a parlarne e ora che sanno come evitarlo fa meno paura». A causa del virus, inoltre, molti bambini sono rimasti orfani e altri si ritrovano da soli, perché i loro genitori sono in ospedale oppure lavorano nei campi. Questi bambini «sono particolarmente vulnerabili – sottolinea Mbombo - perché sono a maggior rischio di abusi sessuali o di essere costretti a lavorare. Per questo siamo impegnati non soltanto nel sostegno ai genitori e alle comunità su come prevenire la malattia, ma anche su come garantire la protezione e la sicurezza dei bambini».

Per lottare contro la diffusione di ebola, Save the Children ha attivato i propri team di emergenza che sono attualmente impegnati nella formazione di operatori sanitari locali e nelle attività di sensibilizzazione delle comunità locali nelle aree rurali. Un lavoro di sensibilizzazione che viene condotto anche nei centri sanitari, 42 dei quali si trovano vicino a Goma, la più grande città dell’area, al fine di evitare che il virus possa raggiungere questo importante agglomerato urbano.

Finora l’Organizzazione ha già raggiunto quasi 400 mila persone. Per contrastare il rischio che l’epidemia possa diffondersi anche oltre il confine con l’Uganda, dove ogni giorno continuano a confluire rifugiati in fuga dalla Repubblica democratica del Congo, Save the Children interviene infine con attività di formazione che hanno già raggiunto più di mille operatori sanitari, volontari, insegnanti e team nei villaggi in Uganda.