Gli italiani con Hiv chiedono migliore qualità di vita e più tollerabilità dei trattamenti

L'indagine

Gli italiani con Hiv chiedono migliore qualità di vita e più tollerabilità dei trattamenti

di redazione

Oggi le terapie per contenere l’Hiv funzionano e le persone aggredite dal virus ne sono generalmente soddisfatte (73%). Tuttavia meno di una su tre (il 31%) non vede spazi di miglioramento.

A dirlo sono i risultati delle interviste alle 120 persone (il 20% donne) che costituiscono il campione italiano dello studio internazionale “Positive Perspective 2”, sostenuto da ViiV Healthcare e realizzato su 2.112 persone con Hiv in terapia antiretrovirale in 24 Paesi nel mondo nel 2019. I dati italiani sono stati illustrati da Giulio Maria Corbelli, presidente dell’associazione Plus Roma e membro del comitato internazionale di Advisory dello studio, in occasione dell'Italian Conference on Aids and Antiviral Research (ICAR), svolto dal 12 al 16 ottobre in modalità webinar.

Tra gli italiani, ben il 56% ha cambiato la terapia anti Hiv per gli effetti collaterali, il 35% per ridurre il numero di compresse e il 29% per ridurre il numero di farmaci. Tra gli spazi di miglioramento, il 17% vuole “dimenticarsi della malattia”. Pur essendo il campione delle donne limitato, dall’indagine appare comunque chiara la fragilità di questa popolazione, che riferisce uno stato di salute peggiore rispetto agli uomini (a dichiararlo “buono” o “molto buono” nelle ultime quattro settimane è il 46% delle donne rispetto al 62% degli uomini), ha più malattie concomitanti (più di tre nel 50% delle donne contro il 27%) ed essendo in proporzione più numerose (67% rispetto al 34% degli uomini) in poli-trattamento (cinque o più pillole al giorno oppure medicinali per cinque o più condizioni).

A livello globale, l’indagine aveva già messo in luce come oltre l’80% dei partecipanti allo studio prenda altri farmaci oltre alla terapia antiretrovirale contro l’Hiv. Di questi, più del 40% sono classificati come pazienti che assumono poli-trattamento, aspetto correlato a più scarsi esiti di salute.

«Avere oggi a disposizione dati derivanti direttamente dalla voce delle persone con Hiv è importante: monitorare i nuovi bisogni, tentare di coglierli è, in sostanza, l’obbiettivo di questa ricerca – commenta Corbelli - che mira a fornire spunti operativi e pragmatici per contribuire alla definizione di una presa in carico di successo delle persone con Hiv. In particolare – precisa - la preoccupazione degli effetti collaterali dei farmaci antiretrovirali non tramonta, e anzi, rimane alta, aspetto che nel rapporto medico-paziente non può essere trascurato».

«La riduzione del carico farmacologico e del carico di malattia derivante dall’utilizzo costante dei farmaci – conferma Giovanni Guaraldi, professore all’Università di Modena e Reggio Emilia - oggi sono temi all’ordine del giorno, da prendere in considerazione per potere incidere sugli esiti di salute e sul miglioramento della qualità della vita delle persone con Hiv».

I dati dell'indagine «non fanno altro che confermare quanto ci sia ancora oggi bisogno di ricerca scientifica, di nuove proposte terapeutiche, di nuove soluzioni sempre più orientate ai bisogni dei pazienti» sottolinea Cristina Mussini, copresidente del Congresso ICAR 2020, docente all’Università di Modena e Reggio Emilia. «Porre attenzione, poi, alle popolazioni fragili, in questo caso le donne, e capirne i bisogni – conclude - è la sfida odierna per definire olisticamente un percorso terapeutico personalizzato e di maggior successo possibile».