Nobel per la Medicina alla scoperta del virus dell’epatite C

Il riconoscimento

Nobel per la Medicina alla scoperta del virus dell’epatite C

I vincitori sono Harvey J. Alter, Michael Houghton e Charles M. Rice. Le loro ricerche hanno posto le basi per sconfiggere l’infezione

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Immagine: ©Nobel Media
di redazione

Si chiamano Harvey J. Alter, Michael Houghton e Charles M. Rice. E grazie al loro lavoro una malattia di cui fino a cinquant’anni fa non si sospettava l’esistenza è stata, non solo riconosciuta, ma sviscerata nelle sue modalità di trasmissione e perfino battuta. 

Quella malattia è l’epatite C e per il loro lavoro Alter, Houghton e Rice sono stati insigniti oggi del premio Nobel per la Medicina. 

Questo successo della ricerca affonda le radici in una storia lunga e affascinante. Le epatiti sono infiammazioni del fegato e sono note dalla notte dei tempi; per lo meno è nota la loro manifestazione più evidente: l’ittero. Descrizioni di ittero le troviamo dalla Cina antica alla Mesopotamia passando per Ippocrate. Per tutta storia occidentale, là dove c’era una guerra o in cui convivevano scarsa igiene e affollamento si accendevano focolai di ittero che assumeva i nomi più vaghi: catarrale, epidemico e così via. A questa forma “antica" di ittero, a partire dalla fine Ottocento se ne affiancò un’altra, che aveva caratteristiche molto diverse. Questa nuova forma di ittero (che venne chiamata epatite da siero) sembrava legata a pratiche della medicina moderna: vaccinazioni, farmaci somministrati con siringhe, derivati del siero umano, trasfusioni. 

Finalmente, negli anni Quaranta del secolo scorso si giunse alla conclusione che queste forme di epatite erano di origine infettiva e che ne esistevano di due tipi: una che si trasmetteva per via orale (e che verrà chiamata epatite A) attraverso l’acqua o il cibo contaminato. La seconda si trasmetteva attraverso i fluidi corporei come il sangue e si capì subito che rappresentava una minaccia molto seria. Nel 1942, per esempio ben 28.585 giovani soldati americani che avevano ricevuto un vaccino per la febbre gialla, svilupparono l’ittero e 62 tra loro morirono.

La malattia, inoltre, sembrava portare a una condizione cronica, con lo sviluppo di cirrosi e cancro al fegato. 

Questa forma di epatite è stata la prima per cui sia stato identificato l’agente eziologico: il virus dell’epatite B. Lo identificò negli anni Sessanta Baruch Blumberg e grazie a questa scoperta furono messi a punto test diagnostici (capaci di identificare per esempio il sangue per trasfusione infetto) e un vaccino. Blumberg per questa scoperta vinse il premio Nobel nel 1976. 

L’altra forma di epatite fu poco dopo ricondotta al virus dell’epatite A. 

È a questo punto della storia che fanno il loro ingresso i nuovi vincitori del Nobel. 

Siamo negli anni Settanta e Harvey J. Alter che lavorava ai National Institutes of Health americani sta cercando di capire perché in alcuni pazienti che ricevevano trasfusioni compariva l’epatite. In teoria ciò non sarebbe dovuto avvenire, dal momento che i test per il virus dell’epatite B consentivano di scartare le sacche di sangue infette. I test sui malati scartarono anche l’eventualità che si trattasse di epatite A.

Cos’era dunque che causava la malattia? Alter confermò che la causa dell’infezione erano proprio le trasfusioni: se il sangue dei pazienti infetti veniva trasfuso agli scimpanzé anche gli animali contraevano la malattia. Si trattava di una malattia che somigliava in tutto e per tutto alle epatiti note, ma non era causata da uno dei virus fino ad allora conosciuti: per questo la malattia da allora è stata definita “epatite non-A e non-B”.

Ci vollero anni e il lavoro di Michael Houghton e del suo gruppo di ricerca presso l’azienda farmaceutica Chiron, per avere traccia dell’agente che causava la malattia: il virus dell’epatite C, scoperto nel 1989. 

Mancava però ancora la controprova che quel virus fosse responsabile della malattia che era definita epatite non-A e non B. L’ultimo tassello del puzzle fu inserito da Charles M. Rice della Washington University di St. Louis. 

Grazie a questo complesso lavoro furono messi subito a punto test per riconoscere la presenza del virus: in tal modo è stata in pratica azzerata la trasmissione dell’infezione attraverso le trasfusioni.  Le loro scoperte hanno inoltre posso le basi ai risultati straordinari ottenuti negli ultimi anni nel contrasto alla malattia: la messa a punto di farmaci antivirali capaci di curare completamente l’infezione che rendono possibile il raggiungimento dell’eradicazione della malattia. 

L’impatto delle ricerche che oggi sono valsi il Nobel ad Alter, Houghton e Rice può essere riassunto con pochi numeri: l’epatite C colpisce nel mondo 71 milioni di persone, la gran parte delle quali svilupperà cirrosi e cancro al fegato; complicanze attraverso cui, nel 2016, l’infezione ha fatto 399 mila morti. 

Chi sono i vincitori

Harvey J. Alter è nato nel 1935 a New York. Ha conseguito la laurea in Medicina presso la University of Rochester Medical School specializzandosi allo Strong Memorial Hospital e presso gli University Hospitals di Seattle. Nel 1961 ha cominciato a lavorare presso i National Institutes of Health (NIH). Ha trascorso diversi anni alla Georgetown University prima di tornare ai NIH.

Michael Houghton è nato nel Regno Unito. Ha conseguito il dottorato di ricerca nel 1977 presso il King's College di Londra. È entrato a far parte di GD Searle & Company prima di trasferirsi alla Chiron Corporation a Emeryville (USA) nel 1982. Si è trasferito all'Università di Alberta nel 2010 dove è anche direttore dell'Istituto di virologia applicata Li Ka Shing.

Charles M. Rice è nato nel 1952 a Sacramento. Ha conseguito il dottorato di ricerca nel 1981 presso il California Institute of Technology. Nel 1986 ha avviato un gruppo di ricerca alla Washington University School of Medicine di St Louis. Dal 2001 è professore presso la Rockefeller University a New York dove ha diretto il Center for the Study of Hepatitis C.