Tossicodipendenza, epatite C e Hiv: da maggio una campagna di sensibilizzazione

Simit

Tossicodipendenza, epatite C e Hiv: da maggio una campagna di sensibilizzazione

di redazione

Parte da maggio, con spot tv e azioni media concertate, una campagna di sensibilizzazione e conoscenza per spingere la popolazione colpita e talora ignara della malattia, all'eliminazione del virus dell'epatite C, promossa dalla Simit, la Società italiana di malattie infettive e tropicali.

Si chiamano “Key Populations” e sono le comunità di persone particolarmente e rischio infezione di malattie come Epatite C, Hiv e non solo. È proprio dal tema delle Key Populations che è partito il confronto della riflessione “No one is left behind”, promosso con il contributo non condizionato di Gilead Sciences all’interno del Festival della salute globale, che si è svolto a Padova dal 5 al 7 aprile.

«Nelle malattie infettive, è noto che l’ambito clinico per definizione tutto cambia e tutto torna o può tornare. Nell’arco di una vita professionale può capitare - sottolinea Massimo Galli, presidente della Simit - di cominciare occupandosi prevalentemente di epatiti e fegato, per poi dover affrontare l’emergenza di Hiv e quindi trovarsi le infezioni da microrganismi multiresistenti come parte centrale della propria attività assistenziale. Il tutto affrontando malattie che possono riguardare ogni organo e apparato, da contestualizzare in problematiche sociali e comportamentali talvolta del tutto peculiari. Nella continua necessità di conciliare competenze cliniche generaliste ad alta specializzazione, l’uso aggiornato del laboratorio diagnostico alle decisioni al letto del paziente.  Essere rete di protezione civile e servizio d’accoglienza per fragilità sociali».

Oggi abbiamo a disposizione farmaci per combattere l’epatite C così efficaci da assicurare nella quasi totalità dei casi l’eradicazione dell’infezione. «In questo scenario – avverte però Massimo Andreoni, direttore scientifico della Simit - bisogna allora porsi la domanda: quali siano le categorie di persone nelle quali l’infezione si trova a circolare maggiormente e che quindi fanno da serbatoio dell’infezione?». Circa l’80% delle nuove infezioni avviene attraverso lo scambio di siringa o di oggetti contaminati tra soggetti tossicodipendenti. «In quest’ottica è quindi chiaro – sostiene Andreoni - che un progetto di eliminazione dell’infezione all’interno di un determinato contesto sociale debba prevedere il trattamento di questa categoria di persone».

Per esempio, «le carceri si confermano un vero e proprio concentratore di patologie – osserva Sergio Babudieri, direttore scientifico della Simsp, la Società italiana di medicina e sanità penitenziaria. E tra i detenuti, «circa il 70% - precisa Babudieri - è venuto in contatto con il virus dell’epatite C». Da queste 25 mila persone che ogni anno in Italia transitano in stato di detenzione, «deve partire la sfida e l’impegno di andare  carcere per carcere, istituto detentivo per istituto detentivo, a individuare uno per uno questi soggetti potenzialmente affetti – conclude Babudieri - e, nel caso, confermarne lo stato di malattia e di conseguenza trattarne la patologia con le terapie indicate, evitando soprattutto la possibilità di contagio con altre persone».