Tumore dell’esofago. Funziona l’immunoterapia associata alla chemio

Farmaci

Tumore dell’esofago. Funziona l’immunoterapia associata alla chemio

di redazione

L’immunoterapia in combinazione con la chemioterapia è efficace nel trattamento in prima linea dei pazienti con tumore dell’esofago e della giunzione gastroesofagea. 

È quanto emerge dai dati dello studio di Fase 3 KEYNOTE-590 presentati al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO). 

La ricerca ha valutato pembrolizumab, terapia anti PD-1 di MSD, in combinazione con chemioterapia a base di platino (cisplatino più 5-fluorouracil) per il trattamento di prima linea dei pazienti con tumore localmente avanzato o metastatico dell’esofago e della giunzione gastroesofagea. 

Nello studio, pembrolizumab in combinazione con la chemioterapia ha migliorato in modo significativo la sopravvivenza globale, riducendo del 27% il rischio di morte rispetto alla sola chemioterapia. 

Pembrolizumab in combinazione con chemioterapia ha inoltre migliorato significativamente la sopravvivenza libera da progressione, riducendo il rischio di progressione della malattia o di morte del 35%. 

«Questo studio rappresenta una nuova arma nel trattamento dei pazienti con carcinoma dell’esofago», ha affermato Carmine Pinto, direttore dell’Unità Operativa di Oncologia Medica, Clinical Cancer Center di Reggio Emilia. «È una neoplasia aggressiva che, nel 2015 in Italia, ha provocato circa 1.800 decessi. La combinazione di pembrolizumab con la chemioterapia standard, indipendentemente dall’istotipo tumorale e dall’espressione di PD-L1, determina un vantaggio relativo di sopravvivenza del 27%. È la prima volta che si osserva un passo in avanti così importante nel tumore dell’esofago. I clinici possono così disporre di una strategia terapeutica più articolata per entrambi gli istotipi, squamocellulare e adenocarcinoma, indipendentemente dall’espressione di PD-L1, con una buona tollerabilità, anche in relazione alle condizioni generali dei pazienti colpiti da questa neoplasia. Il Zbeneficio risulta ancora maggiore nei pazienti ad istologia squamosa che esprimono PD-L1 (CPS ≥10), dove riscontriamo una riduzione del rischio di morte del 43%».