Un'app aiuta a valutare se il cancro alla prostata è da operare

Congresso nazionale Siu

Un'app aiuta a valutare se il cancro alla prostata è da operare

di redazione

Individuare con precisione i pazienti che hanno davvero bisogno di un intervento chirurgico ed evitare perciò operazioni inutili a coloro che invece non corrono rischi immediati. Con questo duplice obiettivo sta lavorando il Dipartimento di urologia della Erasmus University Medical Center (Olanda) per incarico dalla Fondazione Movember.

Il cancro della prostata è una delle principali cause di morte negli uomini, che colpisce 37 mila italiani ogni anno, provocando 7 mila morti. La sopravvivenza in Italia a dieci anni è del 90% e circa il 70% dei pazienti non corre alcun pericolo immediato: in questi casi si parla di cancro a rischio basso o intermedio.

Per stabilire quando un paziente con questo tipo di tumore va trattato e quando invece è preferibile la sorveglianza attiva sta per arrivare una sorta di app, progetto a cui stato lavorando gli studiosi olandesi, presentato sabato 17 ottobre, durate la prima giornata di lavori del Congresso nazionale della Società italiana di urologia (Siu).

I dati necessari allo studio sono forniti da un campione di 14.380 pazienti (il più ampio disponibile al mondo). L’applicazione si “muoverà” in base a una serie di parametri già normalmente considerati in questi casi: età, livelli di Psa, caratteristiche del cancro, dettagli della biopsia, fattori genetici e altro. Lo studio non è ancora stato completato e sono emerse differenze nei risultati tra i centri partecipanti. Ma il lavoro svolto fin qui mostra quali fattori aggiuntivi devono essere inclusi nel nomogramma in futuro, in modo da permettere di eliminare le differenze e produrre stime sempre più accurate dell'aggressività del tumore.

«Negli ultimi dieci anni, a un numero crescente di questi pazienti, in Italia circa 26 mila persone, è stata data la possibilità di entrare in protocolli di sorveglianza attiva, piuttosto che essere trattati immediatamente – spiega Walter Artibani, segretario generale della Siu, laddove per “sorveglianza attiva” si intende che gli uomini continuano a essere monitorati e sottoposti a test, con il trattamento che comincia solo se e quando la malattia dovesse dare segni di sviluppo. «Tuttavia – osserva Artibani - non ci sono modi generalmente accettati per capire chi è a rischio di progressione della malattia. E purtroppo il 38% degli uomini che iniziano la sorveglianza attiva abbandona entro cinque anni».

Quello dei ricercatori olandesi è «un progetto certamente ambizioso – sottolinea Francesco Porpiglia, responsabile dell’Ufficio scientifico della Siu - con un impatto clinico potenzialmente molto importante. Inquadrare correttamente il paziente a basso rischio permetterà infatti di evitare interventi potenzialmente inutili e, nel stesso tempo, consentirà di concentrare le risorse operatorie per i pazienti con malattia più aggressiva».