Sconfiggere il cancro? Un lusso dei Paesi ricchi

L’analisi

Sconfiggere il cancro? Un lusso dei Paesi ricchi

C’è chi può sperare di sopravvivere alla diagnosi per 5, 10 o 20 anni e chi è destinato a morire molto prima. Tutto dipende da dove si vive. Il divario dei tassi di mortalità per cancro nel mondo è maggiore di quello per le malattie cardiovascolari. La denuncia sul Bmj
redazione

Al cancro si sopravvive sempre più. È vero, lo dicono i dati: oggi in Italia, secondo il Rapoorto Airtum 2016, il 63 per cento delle donne e il 54 per cento degli uomini è vivo dopo cinque anni dalla diagnosi. Nel resto d’Europa accade grosso modo lo stesso. Negli Usa i numeri sono simili: secondo le stime dell’American Cancer Society il 65 per cento dei  malati di tumore si è lasciato alle spalle la malattia dopo 5 anni, il 40 per cento dopo 10 anni e il 10 per cento dei pazienti vive ancora altri 25 anni e più dopo aver ricevuto la diagnosi. Questa era la buona notizia. 

La cattiva notizia è che queste cifre tanto incoraggianti non valgono per tutti. Nei paesi poveri, infatti, di cancro si continua a morire e le statistiche dipingono tutt’altro scenario. 

Da qui l’appello di un team internazionale di ricercatori, guidati da Bochen Cao dell’International Agency for Research on Cancer (Iarc), lanciato sulle pagine del British Medical Journal: «sono necessarie misure urgenti per colmare il divario dei tassi di mortalità per cancro tra paesi ricchi e poveri». 

La dimostrazione che i pazienti oncologici dei paesi benestanti vivono più a lungo di quelli a basso o medio reddito è arrivata dopo lunghe e complesse analisi statistiche. I ricercatori hanno voluto misurare l’impatto del cancro in confronto alle malattie cardiovascolari sull’aspettativa di vita della popolazione dei vari paesi. Più precisamente hanno calcolato quanti anni  avevano di fronte a loro le persone tra i 40 e gli 84 anni tra il 1981 e il 2010 in tutto il mondo. Scoprendo, in sostanza, che i tassi di mortalità per malattie oncologiche dipendono dal Pil più di quelli delle patologie cardiache. 

I ricercatori hanno classificato la popolazione in base ai due livelli del Human Development Index (Hdi), l’indicatore del benessere di una nazione riguardo alla ricchezza, la salute e l’educazione. Le malattie cardiovascolari, o meglio un calo nella loro diffusione, sono responsabili di oltre la metà del vantaggio ottenuto sull’aspettativa di vita nei paesi che hanno un punteggio Hdi alto, molto alto e medio. In queste zone del mondo, quindi, la riduzione della mortalità per malattie cardiovascolari fornisce il maggior contributo (tra il 60 e il 50%) all’aumento della vita media. 

Non vale lo stesso per il cancro. In questo caso il calo della mortalità è molto più alto nei Paesi al vertice della scala Hdi, dove incide per il 20-15 per cento sull’aumento dell’aspettativa di vita. Nei Paesi che hanno un punteggio Hdi alto o medio la sopravvivenza al cancro ha un impatto molto inferiore (4% e 2%) sulla riduzione del tasso di mortalità generale. 

I ricercatori hanno passato in rassegna le varie forme di tumore per conoscerne l’impatto sulla mortalità nei paesi ricchi e meno ricchi. Il primo a venire analizzato è il cancro al polmone. Grazie alle campagne di prevenzione contro il fumo, il calo della mortalità per questo tipo di tumore è quello che ha inciso di più sull’aumento dell’aspettativa di vita. In questo caso salta agli occhi una differenza tra uomini e donne. Per i maschi i risultati sono grosso modo gli stessi nei paesi con indice Hdi molto alto, alto o medio. Mentre per le femmine i vantaggi maggiori si ottengono nei paesi al top della classifica del benessere nazionale, come i Paesi Bassi. 

Prevenzione, diagnosi precoce, screening periodico, cure efficaci hanno contribuito ad aumentare la sopravvivenza delle donne con tumore alla mammella soprattutto nei Paesi con un indice Hdi molto alto (più di 0,3 anni nel Regno Unito). Il destino delle pazienti che vivono in paesi più poveri è diverso: qui i tassi di mortalità del cancro al seno aumentano invece che diminuire. 

È un’ingiustizia che non può più essere accettata, dicono i ricercatori, che chiedono di destinare urgentemente maggiori risorse ai paesi più poveri per «realizzare e sviluppare misure di controllo del cancro efficaci, accessibili, fattibili e sostenibili». 

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