Servizi sul territorio, regna la confusione: troppe disuguaglianze tra Regioni

Il Rapporto

Servizi sul territorio, regna la confusione: troppe disuguaglianze tra Regioni

Centri per l’Alzheimer in Veneto? 109. In Molise? Uno. È un dettaglio eloquente della fotografia dell’assistenza sanitaria fuori dagli ospedali scattata da Cittadinazattiva: carenze nell’assistenza domiciliare, confusione nell’organizzazione, malfunzionamento della sanità digitale
redazione

A singhiozzo, a macchia di leopardo, a chiazze. Tutte espressioni appropriate per descrivere il quadro disomogeneo dell’assistenza territoriale italiana emerso dall’ultimo Rapporto di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, da cui emergono tanti punti critici. A partire dalla confusione sulle sigle per definire le unità che si occupano di cure territoriali, passando per la disomogeneità dell’offerta di servizi e per le carenze dell’assistenza domiciliare. Senza dimenticarsi di una sanità digitale che fatica a decollare. L’indagine “Monitoraggio dei servizi sul territorio, fuori dall'ospedale dentro le mura domestiche”, realizzata con il contributo non condizionato di AbbVie,  ha coinvolto gli assessori regionali di dieci Regioni, direzioni di Aziende sanitarie (36 Asl), responsabili di 82 distretti sanitari, 14 responsabili di Unità complesse di cure primarie e 1800 pazienti cronici e in cure domiciliari. 

I servizi sul territorio

Regione che vai, assistenza che trovi. Si prendano ad esempio i centri diurni per la salute mentale: su tutto lo Stivale ce ne sono in media 29,8 per Regione, ma si va dai tre del Molise ai 69 della Toscana passando per i 21 di Puglia e Piemonte e i 28 dell’Emilia Romagna.

Poco cambia per i Centri per l’Alzheimer che vanno dall’uno del Molise ai 109 del Veneto con quattro in Campania, otto in Puglia e 11 in Umbria. Non va meglio per i Centri diurni per le persone con autismo: solo il 60 per cento delle Regioni intervistate afferma di averli presenti sul proprio territorio. Il dato è particolarmente significativo in Veneto e in Emilia Romagna, rispettivamente con 309 e 136 centri diurni per pazienti autistici; seguono a molta distanza Puglia e Umbria (entrambe con sei centri). Nelle altre Regioni (40%) o non sono presenti centri o il dato non è pervenuto. La media dei Servizi dedicati alle persone che si confrontano con dipendenze patologiche (Sert o Serd) è di 1,5 per distretto: 9 su 82 ne sono sprovvisti.

Lazio, Emilia Romagna, Veneto e Toscana sono le Regioni con il maggior numero di hospice, mentre gli ospedali di Comunità sono una caratteristica della Toscana (41 strutture) e le Unità riabilitative territoriali del Lazio (140 Urt).

Regna la confusione

Uno dei punti critici emerso dal Rapporto è il collegamento tra strutture ospedaliere e territorio. In molti casi non si conosce il nome della struttura incaricata di questo servizio e spostandosi da un luogo a un altro del Belpaese queste Centrali della continuità di riferimento sono chiamate in mille modi diversi. Saltano agli occhi anche le inefficienze della sanità digitale. 

Consultare o ricevere referti online può essere complicato: benché le Asl dichiarino di offrire tale possibilità (75%), la collaborazione tra i servizi è effettiva in una Regione su tre, a livello aziendale i servizi sono collegati tra loro per la specifica funzione solo nel 59 per cento dei casi e a livello provinciale nel 7 per cento.

L’assistenza domiciliare

Cooperative di servizi socio-sanitari e/o società di servizi (76%), associazioni di volontariato (40%), enti religiosi (10%), altro (29%). Così è composto nel 51 per cento dei casi il servizio di assistenza domiciliare. L’opinione dei pazienti sulla qualità della prestazione interessa solamente al 41 per cento dei distretti (o delle Asl) che ha esternalizzato i servizi: due su cinque si impegnano a fare un’analisi quali-quantitativa dei reclami ricevuti dai cittadini sulla qualità dei servizi, ausili e presidi erogati nell'ambito delle cure domiciliari. Il paziente viene coinvolto nelle scelte terapautiche solamente in caso su due (54%), il familiare circa in due casi su tre (66,7%). Due pazienti su cinque non hanno avuto informazioni su come prevenire o gestire le lesioni da decubito a fronte di uno su cinque che dichiara l’insorgenza delle lesioni dopo l’avvio delle cure domiciliari. L’attenzione al dolore è ancora molto bassa: nell’80 per cento dei casi non viene fatta formazione su come gestire il dolore, che tra l’altro, nella stessa misura, non viene nemmeno valutato e controllato dall’équipe di cura.

I professionisti sanitari diventano irreperibili dopo le 14,00. Più di un cittadino su due integra a proprie spese l’assistenza di cui ha bisogno. Tra farmaci, integratori alimentari, badante, fisioterapista e materiale sanitario, per un cittadino su dieci se ne vanno più di mille euro al mese. 

Più di un paziente su cinque ritiene che l’assistenza domiciliare potrebbe essere migliorata con il coinvolgimento nella definizione del Piano di assistenza (23,5%), la facilità di accesso al servizio (23,3%) e la possibilità di scegliere da chi farsi curare/seguire (22,5%).

La proposta

«Di fronte a confusione, difformità, ritardi e iniquità nell’offerta di servizi sanitari territoriali che abbiamo rilevato - dice Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva -  cause di profonde disuguaglianze, abbiamo una proposta chiara. È urgente che Stato e Regioni lavorino al Dm 70 dell’assistenza territoriale che, analogamente a quanto si è fatto per gli ospedali, definisca gli standard qualitativi, strutturali, tecnologici da garantire a tutti i cittadini in tutte le aree del Paese: dal nord al sud, nelle grandi città come nei piccoli centri e nelle aree interne più disagiate. Abbiamo bisogno di poter contare non solo sull’ospedale, ma di trovare nel territorio un punto di riferimento affidabile e presente sempre. E’ ora di passare dalle enunciazioni e promesse ai fatti. Un fenomeno da scongiurare è quello per cui dietro il provvedimento ci sia il nulla per i cittadini, come avviene per le delibere su Pdta e reti cliniche che, realizzati senza un sistema informatizzato, integrato e interoperabile e senza aver informato i cittadini, restano sulla carta. È necessario infine che questo pilastro del Servizio sanitario nazionale sia anch’esso misurato nei sistemi istituzionali di valutazione in termini di accessibilità, qualità e sicurezza, esiti di salute, uso efficiente delle risorse allocate. Nell’attesa, noi lo abbiamo cominciato a fare».

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