L’austerity uccide. Nel Regno Unito tagli responsabili di 53mila morti

L’analisi

L’austerity uccide. Nel Regno Unito tagli responsabili di 53mila morti

Uno studio sul Bmj calcola l’impatto sulla mortalità del regime di austerity introdotto nel 2010 nel Regno Unito come reazione alla crisi globale del 2008. I tagli alla sanità e ai servizi sociali hanno causato 53mila morti in più rispetto a quelli previsti con le politiche finanziarie precedenti

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Immagine: Roger Blackwell / Flickr (CC BY 2.0)
di redazione

57.500 morti. Forse qualcuno di più, forse qualcuno di meno. Non è un conteggio preciso ma una stima: sono le morti in eccesso causate da 10 anni di austerity nel Regno Unito. La politica dei tagli alla spesa pubblica inaugurata dal premier David Cameron nel 2010 come reazione alla crisi finanziaria globale del 2008, la peggiore dai tempi della grande depressione, ha stravolto le statistiche demografiche con tassi di mortalità fuori dalle previsioni. 

L’era dell’austerità che avrebbe dovuto, secondo Cameron, mettere fine all’era dell’irresponsabilità viene presentata come un rimedio peggiore del danno nello studio appena pubblicato sul British Medical Journal dal titolo volutamente esplicito: “L’impatto causale dell'assistenza sociale, della sanità pubblica e della spesa sanitaria sulla mortalità in Inghilterra”. L’aggettivo “causale” non lascia dubbi: gli scienziati non stanno parlando di una semplice associazione tra il contenimento delle spese nel campo dell’assistenza sociale e della sanità pubblica e un aumento della mortalità, con un legame di causa ed effetto tutto da dimostrare, ma di un nesso diretto tra la politica finanziaria incentrata sul risparmio e il numero di morti in eccesso registrati dopo la sua adozione. 

I tre autori delle studio, da bravi economisti, sono partiti dai dati sulle spese, concentrandosi in particolare su quelle destinate alla salute pubblica tra il 2010-2011e il 2013-2014, ossia nei primi quattro anni di austerity. 

Gli scienziati hanno confrontato l’aumento del budget destinato alla salute pubblica e all’assistenza sociale prima e dopo il 2010 e hanno valutato quanto la differenza nelle spese abbia inciso sulla mortalità nei quattro anni successivi. Così facendo hanno individuato una formula per calcolare con esattezza l’impatto del taglio delle spese sul tasso di mortalità. Secondo i loro calcoli una diminuzione dell’1 per cento della spesa genererebbe 1.569 morti in più. 

Tra il periodo pre-2010 e l’anno successivo c’è stata una riduzione annuale media della spesa del 3,77 per cento. Se questo calo si applica ai quattro anni di austerity successivi, si può attribuire alla nuova politica finanziaria un divario nella spesa del 15 per cento. 

Bastano pochi passaggi per arrivare al risultato: nel 2012 ci sono stati 467mila morti in Inghilterra, quindi una riduzione del 15,08 per cento nella spesa per l'assistenza sociale tra il 2010-11 e il 2014-15 avrà causato 23.662 morti aggiuntive. 

In tutto, il contenimento della spesa sanitaria e sociale durante l’intero  periodo di “austerità” è responsabile di 57.550 decessi in più rispetto al numero che ci si sarebbe aspettati se la crescita della spesa avesse seguito le tendenze del periodo precedente al 2010.

Questi risultati sono coerenti con quelli di altri studi precedenti che avevano evidenziato un altro fenomeno sempre riconducibile all’austerity: per la prima volta in cento anni dal 2010 in poi l’aspettativa di vita nel Regno Unito non aumenta, rimane per lo più stabile e per alcune categorie di persone (donne in condizioni economiche disagiate) è addirittura diminuita. 

«Le riduzioni legate all'austerità nella crescita della spesa sanitaria e per l'assistenza sociale sono state associate a un numero di decessi molto maggiore di quanto ci si sarebbe aspettato se le tendenze della spesa pre-austerità fossero continuate. I nostri risultati sono coerenti con l'ipotesi che il rallentamento del tasso di miglioramento dell'aspettativa di vita in Inghilterra dal 2010 sia attribuibile ai vincoli di spesa nei settori della sanità e dell'assistenza sociale», concludono i ricercatori.