Su cinque italiani uccisi da Covid-19 nel 2020, uno aveva un cancro

Rapporto Favo sull'assistenza ai malati oncologici

Su cinque italiani uccisi da Covid-19 nel 2020, uno aveva un cancro

Urge definire il nuovo Piano oncologico nazionale sul modello di quello europeo, utilizzando anche un parte dei fondi che il Recovery Plan destina alla sanità. Servono aiuti anche per chi assiste i malati: il 40 per cento ha subito conseguenze negative sul piano economico

di Michele Musso

Nel 2020 due persone uccise da SARS-CoV2 su dieci erano malate di tumore: un numero del corposo Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici che la Federazione delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo) ha presentato giovedì 13 maggio nell’ambito della Giornata nazionale del malato oncologico da essa stessa promossa.

Nel Rapporto si legge ancora, per esempio, che lo scorso anno sono stati posticipati il 99% degli interventi per tumori alla mammella, il 99,5% di quelli alla prostata, il 74,4% al colon retto. Non solo: gli esami di screening per il tumore della mammella, della cervice uterina e del colon retto sono stati due milioni e mezzo meno rispetto al 2019 e, in media, per i tre programmi di prevenzione secondaria il ritardo è compreso tra quattro e cinque mesi.

Anche sulla base di queste evidenze, la Favo chiede che venga subito costituita una cabina di regia per definire il nuovo Piano oncologico nazionale che «deve necessariamente seguire la via indicata dall’Europa» con il Piano europeo di lotta contro il cancro e la Mission on Cancer che si è posto l'obiettivo di salvare 3 milioni di vite umane entro il 2030.

Il Piano continentale è strutturato intorno a quattro ambiti di intervento fondamentali: prevenzione, individuazione precoce della malattia, diagnosi e trattamento, qualità della vita dei pazienti oncologici e delle persone guarite dal cancro. Ogni ambito è articolato in obiettivi strategici, a loro volta sostenuti da dieci “iniziative faro” e da azioni di sostegno. Per ciascuna azione o gruppi di azioni omogenee è indicato il relativo periodo di attuazione. Nel complesso, il Piano delinea un vero e proprio metodo di lavoro, che definisce e qualifica il nuovo approccio alle malattie oncologiche.

Preso atto «con soddisfazione» delle iniziative parlamentari che hanno impegnato il Governo a promuovere un nuovo Piano nazionale in linea con quello europeo, il presidente della Favo, Francesco De Lorenzo, sottolinea che «l’indispensabile passaggio successivo è rappresentato dall’inderogabile necessità di disporre del finanziamento per la sua attuazione». Finanziamento che «solo in parte» secondo De Lorenzo, può essere coperto dai 4 miliardi destinati agli Stati membri che recepiranno i principi del Piano, mentre la restante copertura «non può che avvalersi del Recovery Plan». Una delle sei Missioni di quest'ultimo, ricorda il presidente Favo, «è infatti dedicata alla Salute e, in particolare, al rafforzamento della prevenzione e dei servizi sanitari sul territorio, alla modernizzazione e digitalizzazione del sistema sanitario. Non potrà esistere una nuova sanità – sostiene ancora De Lorenzo – senza un’adeguata considerazione del cancro come fenomeno sanitario e sociale. Il nuovo Piano oncologico italiano deve prevedere una cabina di regia che coinvolga anche le associazioni pazienti, un monitoraggio orchestrato dagli enti preposti e un cronoprogramma definito in modo da essere armonizzato al Piano europeo».

Anche per Giordano Beretta, presidente dell'Aiom, l'Associazione italiana di oncologia medica, il metodo adottato dall’Europa deve essere recepito nella predisposizione di un nuovo Piano oncologico nazionale «ormai indifferibile» dal momento che l’ultimo è scaduto nel 2016. Inoltre, raccomanda il presidente dell'Aiom, «la lezione del Covid-19 non va sprecata. La pandemia ha prodotto danni collaterali e a risentirne sono stati, in primis, i pazienti oncologici. La riprogrammazione dell’attività sanitaria deve tenere in considerazione i tumori alla stessa stregua delle patologie tempo-dipendenti dove, a differenza della specialità cardiovascolare, il tempo non si conta in minuti od ore, ma in settimane o mesi che possono impattare sulla sopravvivenza globale, libera da malattia e sulla qualità di vita».

Difficoltà economiche per chi assiste i malati di tumore. Il 40% dei caregiver, cioè coloro che assistono i pazienti oncologici, è vittima di un disagio economico, che diventa rilevante per alcune categorie: il 36% dei caregiver che manifestano un disagio economico grave sono lavoratori “flessibili”, il 31% sono inattivi, il 24% dipendenti privati e solo il 9% dipendenti pubblici.

Questi sono alcuni dati che emergono dall’analisi pubblicata nel Rapporto sulla base dell’indagine promossa dalla Favo e realizzata da Datamining in collaborazione con Aimac, Istituto tumori di Milano e Pascale di Napoli. In questo caso sono stati considerati 1.205 caregiver (57% donne e 43% uomini), con una età media di 52 anni. Nella stragrande maggioranza si tratta di persone legate al malato di cancro da un rapporto di parentela (moglie, marito, figlia, figlio, sorella, fratello o genitore). In più della metà dei casi il caregiver convive con il paziente e l’assistenza prestata riguarda, in ordine di importanza, l’accompagnamento, il supporto morale e psicologico, i rapporti con l’équipe curante, l’aiuto nelle attività quotidiane e in quelle esterne, il sostegno economico. L’impegno orario settimanale medio è di 42 ore, ma in alcuni casi raggiunge livelli molto più elevati, fino a cento ore settimanali.

Per Elisabetta Iannelli, segretario generale Favo, è allora «necessario e urgente che vengano rinforzate le misure di sostegno a tutela del caregiver lavoratore previste esclusivamente per i lavoratori dipendenti, ma è ancora più urgente e non più rinviabile che si pongano in essere azioni positive a sostegno dei caregiver lavoratori autonomi e liberi professionisti, finora drammaticamente privi di adeguata tutela, se non in termini di eventuali minime agevolazioni fiscali o contributi economici una tantum». Peraltro, l’emergenza Covid «ha ulteriormente confermato la necessità di incrementare e agevolare le funzioni di assistenza domiciliare – sottolinea Iannelli - di cui la rete di supporto informale costituita dai caregiver ha da sempre assunto l’onere. Ricevere cure palliative al domicilio, oltre a rispondere alle preferenze di pazienti e familiari, favorisce una migliore qualità di vita e costituisce una scelta assistenziale più sostenibile dal punto di vista economico. Incentivare questo tipo di setting – concude - non può non rappresentare una priorità delle politiche sanitarie della maggior parte dei Paesi occidentali».