Un cittadino su dieci rinuncia a curarsi per motivi economici e liste di attesa

Diritti

Un cittadino su dieci rinuncia a curarsi per motivi economici e liste di attesa

di redazione

Quasi un cittadino su dieci rinuncia a curarsi per motivi economici e liste di attesa; la prevenzione si fa a macchia di leopardo, con un  Sud che arranca e regioni importanti come Lazio e Veneto che fanno passi indietro rispetto al passato; accesso ai farmaci innovativi, soprattutto per il tumore e l’epatite C. condizionato dalla regione di residenza, livelli essenziali meno garantiti dove i cittadini spendono di più per la  salute.

Sono alcuni dei dati salienti del Rapporto 2015 dell’Osservatorio Civico sul federalismo in sanità, realizzato dal Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva.

«È ora di passare dai piani di rientro dal debito ai piani di rientro nei Livelli Essenziali di Assistenza, cruciali per la salute dei cittadini e la riduzione delle diseguaglianze», ha affermato il coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva  Tonino Aceti. «Per andare dietro alla sola tenuta dei conti, oggi alcune regioni in piano di rientro hanno un’offerta dei servizi persino al di sotto degli standard fissati al livello nazionale, ma con livelli di Irpef altissimi e ingiustificabili dai servizi resi. L’Irpef diminuisca proporzionalmente al diminuire del debito, sino a tornare, al momento dell’equilibrio, ai livelli precedenti al Piano di Rientro».

Sempre più sulle spalle dei cittadini

La spesa sostenuta privatamente dai cittadini italiani per prestazioni sanitarie è al di sopra della media OCSE (3,2% a fronte di una media OCSE di 2,8%). Ma soprattutto, il Rapporto rimarca le abissali differenze regionali con una forbice che va dai 781 euro procapite per i cittadini della Valle d’Aosta ai 268 per quelli siciliani. 

Lo stesso vale per la la spesa sanitaria pubblica: se a Trento si spendono 2.315 a cittadino, in Campania si scende a 1.777. 

Spetta invece al Lazio il livello di tassazione più elevato: l’addizionale regionale Irpef  ammonta a 470 euro per contribuente.

In generale le Regioni in Piani di rientro, e la Campania in particolare, sono quelle che, a fronte di una minore spesa pubblica, spesa privata e di una elevata tassazione, danno meno garanzie ai cittadini nell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza.

Non mi curo più

Se cresce la spesa privata e il pubblico si ritira, le conseguenze possono essere devastanti. Secondo il rapporto, un cittadino su quattro, fra gli oltre 26 mila che si sono rivolti al Tribunale per i diritti del malato nel 2015, lamenta difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie per liste di attesa (oltre il 58%) e per ticket (31%). In particolare sono i residenti in Calabria, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Sicilia, P.A. Trento e Bolzano e Veneto, a lamentarsi di attendere troppo per visite ed esami.

Per motivi economici, liste di attesa e ticket rinunciano alle cure il 7,2 per cento dei cittadini: il 5,1 per cento ovvero circa 2,7 milioni di persone, lo ha fatto per motivi economici, la seconda causa sono le liste d’attesa. 

La maggiore quota di rinunce si riscontra nelle regioni del Sud, l’area del paese dove sono più alti anche i ticket. Dall’analisi di 16 prestazioni, il rapporto ha rilevato che i ticket più bassi nel pubblico si registrano prevalentemente nel Nord Est (per 10 su 16 prestazioni), quelli più elevati nel Sud (per la metà delle prestazioni). Il livello di compartecipazione dei cittadini ai ticket fra 2013 e 2014 è diminuito solo nella PA Trento (-5,6%), in Sicilia (-2,2%), Piemonte (-2%) e Liguria (0,8%). In Valle d’Aosta si registra invece un +11,9 per cento.

L’importo del ticket varia di regione in regione sia sulla farmaceutica che sulle prestazioni specialistiche ambulatoriali: nel 2014 si è registrato un +4,5 per cento dei ticket sui farmaci e -2,2 per cento sulla specialistica. Così come diversificare sono le esenzioni: in alcune Regioni sono esenti tutti i disoccupati, i lavoratori in cassa integrazione o in mobilità o con contratto di solidarietà (come la Lombardia, l’Emilia Romagna e la Toscana); in altre Regioni sono esenti dalla partecipazione al costo i figli a carico dal terzo in poi (PA Trento); in altre sono esenti gli infortunati sul lavoro per il periodo dell’infortunio o affetti da malattie professionali (come la Liguria, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Basilicata), i danneggiati da vaccinazione obbligatoria, trasfusioni, somministrazione di emoderivati, le vittime del terrorismo e della criminalità organizzata e familiari, i residenti in zone terremotate. 

PMA, farmaci innovati e terapia del dolore

A guardare la mappa dei centri di procreazione assistita, ci si rende conto che 2 centri su 3 sono concentrati soltanto in 5 regioni (Lombardia, Lazio, Campania, Sicilia e Veneto) ma con grande squilibrio fra centri pubblici, privati convenzionati e centri privati; il 68% dei centri nel Sud e il 58% nel Centro è privato; nel Nord Est sussiste parità di offerta tra pubblico e privato e nel Nord Ovest vi è prevalenza di offerta nel pubblico. 

Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e PA di Trento e Bolzano hanno inserito la PMA nei lea regionali. Inoltre, alcune (PA Trento e Bolzano, FVG; Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Basilicata) prevedono un sostegno economico per le coppie che ricorrono alla PMA. Anche sull’età delle coppie le regioni applicano criteri diversi per consentire l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita: Lombardia, Abruzzo e Campania non pongono alcun limite; in Veneto è consentita fino ai 50 anni; in Valle d’Aosta e Umbria fino a 41 anni.

Per quanto concerne i farmaci innovativi, i tempi per l’inserimento nei Prontuari regionali dei farmaci innovativi oncologici variano in media dai 600 giorni di Toscana e Umbria ai 740 di Emilia Romagna. Ancora più ampie le differenze sui tempi massimi: si passa dai 953 di Abruzzo e Toscana ai 2.527 della Emilia Romagna.

Differenze anche sui criteri per l’accesso ai farmaci per i non residenti: Marche, Piemonte (eccetto i trapianti di fegato), Lazio e Basilicata prevedono, nelle loro delibere, l’erogazione per i soli residenti; 11 Regioni invece non hanno deliberato nulla al proposito (Abruzzo, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Molise, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto).

Per quanto riguarda l’accesso alle nuove terapie per stranieri temporaneamente presenti ed europei non iscritti, solo 6 Regioni (Campania, Liguria, Lombardia, Marche, Puglia, Veneto) hanno espressamente deliberato al proposito, prevedendo in ogni caso un solo centro prescrittore.

I cittadini delle regioni meridionali risultano inoltre svantaggiati anche per l’accesso alla terapia del dolore: l’indagine di Cittadinanzattiva “In-dolore” nel 2014 ha mostrato una scaletta discendente di performance man mano che si procede verso Sud.

Per quanto attiene all’esperienza diretta dei degenti, soltanto il 24,9 per cento degli intervistati dichiara di essere stato informato sui propri diritti in merito al dolore con differenze territoriali significative: mediamente gli ospedali del Nord nell’area informazione hanno soddisfatto l’81 per cento degli elementi richiesti, mentre tale dato scende vertiginosamente al Centro (47%) e al Sud (53%). Critico il trattamento del dolore nell’anziano: mancano protocolli specifici nel 76 per cento dei reparti monitorati. Analizzando i dati per zona geografica, emerge che al Sud i protocolli sono attivi solo nel 7 per cento dei reparti. Ma la situazione non brilla neanche al Nord (26%) e nel Centro (42%).