Coronavirus. Insieme contro il cancro: Servono spazi dedicati negli ospedali e ripartano gli screening

L'emergenza

Coronavirus. Insieme contro il cancro: Servono spazi dedicati negli ospedali e ripartano gli screening

di redazione

È «indispensabile» che all’interno delle strutture di cura vengano creati percorsi e spazi dedicati alle persone che affrontano cure antitumorali e che non possono più rimandarle, dopo la fase acuta dell’emergenza causata dal Covid-19. Non solo: tutti gli operatori sanitari che vengono in contatto con i pazienti oncologici dovrebbero essere istruiti sulle misure di distanziamento sociale e di prevenzione dell’infezione ed essere tempestivamente sottoposti a tamponi se esposti a casi o alla comparsa di sintomi.

L'appello viene dalla Fondazione Insieme contro il Cancro che venerdì 17 aprile, in una conferenza stampa virtuale, ha chiesto alle Istituzioni di adottare quanto prima provvedimenti per consentire la ripresa regolare dell’attività di assistenza oncologica e dei programmi di screening.

Oggi in Italia un milione e 190 mila persone colpite da tumore devono essere sottoposte con regolarità a chemioterapia, radioterapia, immunoterapia e alle terapie mirate. Per questi malati è fondamentale seguire le cure in ospedale in totale sicurezza, senza esporsi al rischio di contagio da Coronavirus.

«La situazione di emergenza – osserva Francesco Cognetti, presidente della Fondazione e direttore dell'Oncologia medica dell'Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma - ha costretto a rinviare le visite di controllo, le terapie anticancro non urgenti e gli screening. E sono stati rimandati o dilazionati i trattamenti nei pazienti fragili che avevano poche possibilità di giovarsi della chemioterapia, con il rischio di sviluppare tossicità ed effetti collaterali e a maggior rischio di contrarre l’infezione anche in forma più grave e potenzialmente letale. Sono stati posticipati anche gli interventi chirurgici più complessi, perché le terapie intensive erano impegnate nell’assistenza dei malati gravi contagiati dal coronavirus. Al netto di queste situazioni, dall’inizio della pandemia, circa il 20% dei pazienti oncologici, che avrebbe dovuto essere sottoposto a trattamenti utili, non si è presentato in ospedale».

Le persone colpite da cancro devono però tornare «quanto prima» a curarsi avverte Cognetti, perché il ritardo «può determinare un avanzamento della malattia, compromettendo così le possibilità di sopravvivenza a lungo termine». E se questa situazione dovesse protrarsi a lungo «si potrebbe anche assistere fra qualche tempo a un aumento della mortalità per alcuni tumori».

Il nostro Paese sta affrontando una crisi sanitaria «di proporzioni enormi, che ha messo a dura prova le sue risorse umane e strutturali» sottolinea Giordano Beretta, presidente nazionale Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e responsabile dell'Oncologia medica all'Humanitas Gavazzeni di Bergamo, dove l’emergenza ha assunto «le dimensioni di un vero e proprio tsunami». All’Humanitas Gavazzeni del capoluogo lombardo, le sale operatorie sono state convertite in terapie intensive, è stato creato un unico reparto Covid, nel Pronto soccorso, sono stati istituiti fino a 40 posti di osservazione breve con pazienti in ventilazione assistita, nel Day Hospital oncologico è stato attivato un doppio triage, con un contatto telefonico con il paziente il giorno prima della terapia programmata e un successivo controllo al momento dell’accesso. Gli oncologi sono stati impiegati nel reparto di “Medicina interna-malattie infettive” creato ad hoc, dove hanno lavorato tutti i clinici dell’ospedale, inclusi i chirurghi. Solo nel mese di marzo, nella struttura, sono stati osservati almeno mille casi di Covid-19, di cui la metà sono stati ricoverati. Nell’Oncologia, precisa Beretta, hanno continuato a lavorare due medici non impegnati nei reparti Covid e molti controlli di follow up sono stati eseguiti via telefono.

L’Italia «ha una spesa sanitaria pro-capite inferiore a Germania e Francia, con cui ci dobbiamo confrontare» ricorda Walter Ricciardi, membro del Consiglio esecutivo dell’Organizzazione mondiale della sanità, presidente del Mission Board for Cancer dell’Unione europea e consigliere del ministero della Salute per l’emergenza Covid-19. Tuttavia «in questo quadro di debolezza – sottolinea - siamo comunque riusciti a dare una risposta eccezionale: con mezzi limitati, il personale medico ha reagito all’emergenza Covid-19, mettendo in campo tutte le sue competenze».

«La strada per aprire la cosiddetta fase 2 – spiega Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani di Roma - passerà da una serie di interventi che vanno dalla disponibilità di tecniche diagnostiche standardizzate e utilizzabili su larga scala per la diagnosi delle infezioni alla riorganizzazione dei percorsi assistenziali, alla gestione extraospedaliera delle cure, alla valutazione degli accessi ai servizi sanitari con attenta considerazione delle priorità, tenendo anche conto dei potenziali benefici attesi. E servono immediati investimenti nel Servizio sanitario nazionale, che negli ultimi decenni è stato fortemente depotenziato, privandolo di una rete del territorio. Per gestire le malattie infettive – sostiene infine Ippolito - è indispensabile un modello di sanità centralistica».

I cittadini colpiti dal cancro «affrontano oggi una doppia sfida: resistere all’infezione da Covid-19 e combattere la patologia oncologica. È difficile prevedere la durata di questa emergenza – conclude Cognetti - e le sue ricadute sul sistema sanitario nazionale. Ma va messo in atto ogni sforzo per garantire una ripresa regolare delle attività di cura, di follow up e di screening».