Immigrate: visita ginecologica solo per una under 20 su cinque

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Immigrate: visita ginecologica solo per una under 20 su cinque

di redazione

Solo il 20% delle under 20 d’origine straniera che risiedono nel nostro Paese è andata almeno una volta dal ginecologo,contro il 70% delle loro coetanee italiane. Ed è anche per questa ragione, verosimilmente, che oltre un terzo (il 34%) degli aborti in Italia è praticato da un’immigrata. È il quadro tracciato venerdì 4 novembre dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) in un incontro a Roma per la presentazione del prossimo congresso della Società scientifica dal titolo La salute al femminile tra sostenibilità e società multietnica che si svolgerà nella Capitale dal 2 al 5 ottobre del prossimo anno (e anche per i due anni seguenti).

Nel nostro Paese vivono più di 1 milione e 700 mila straniere in età fertile, di cui oltre 155 mila hanno meno di venti anni. «Nella stragrande maggioranza dei casi - dice Paolo Scollo, presidente Sigo - queste ragazze si rivolgono a noi quando è già troppo tardi. Per esempio ci chiedono la “pillola del giorno dopo” o di altri contraccettivi d’emergenza. Alla base manca una corretta cultura della prevenzione». Purtroppo, le differenze culturali non favoriscono l’accesso di donne straniere negli ambulatori degli specialisti. Il primo problema è la lingua: il 13% degli stranieri dichiara di avere difficoltà nello spiegare correttamente in italiano i propri disturbi a un medico.

Negli ospedali del nostro Paese un parto su cinque è di una donna non italiana: il 26% di origine dell’Unione europea, il 25% dell’Africa,il 18% dell’Asia (18%) e l'8% del Sud-America; l’età media delle madri è di 29 anni contro i 32 delle italiane. «L’immigrazione - sostiene Vito Trojano, presidente dell’Aogoi, l'Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani - ha portato al confronto culture molto differenti per quanto riguarda la sessualità, maternità o il ruolo della donna all’interno della società e famiglia». Peraltro quasi la metà (il 48%) delle straniere che partoriscono da noi hanno una scolarità medio-bassa e praticamente altrettante sono casalinghe che non lavorano. Si tratta dunque di donne «molto diverse rispetto alle neo-madri italiane che nel 25% dei casi ha una laurea - osserva Nicola Colacurci presidente Agui, l'Associazione ginecologi universitari italiani - e l’approccio che diamo a queste pazienti deve per forza essere diverso al di là della provenienza geografica».