Un italiano su tre costretto a pagare per ottenere prestazioni essenziali

Servizio sanitario in affanno

Un italiano su tre costretto a pagare per ottenere prestazioni essenziali

di redazione

Quasi 20 milioni di italiani, nell’ultimo anno, ha pagato di tasca propria per almeno una prestazione sanitaria: dopo aver provato a prenotare nel Servizio sanitario nazionale, constatati i lunghi tempi d’attesa, hanno dovuto rivolgersi alla sanità a pagamento, privata o intramoenia. 

È il dato saliente del IX Rapporto Rbm-Censis presentato oggi al «Welfare Day 2019». I dati derivano da un’indagine realizzata su un campione nazionale di 10.000 cittadini maggiorenni statisticamente rappresentativo della popolazione. 

Sono le liste d’attesa la prima ragione per cui gli italiani fuggono dal servizio sanitario: 128 giorni d’attesa per una visita endocrinologica, 114 giorni per una diabetologica, 65 giorni per una oncologica, 58 giorni per una neurologica, 57 giorni per una gastroenterologica, 56 giorni per una visita oculistica. E per quel che concerne gli accertamenti diagnostici: in media 97 giorni d’attesa per effettuare una mammografia, 75 giorni per una colonscopia, 71 giorni per una densitometria ossea, 49 giorni per una gastroscopia. E non è mancato chi non è riuscito a prenotare, almeno una volta, una prestazione nel sistema pubblico perché ha trovato le liste d’attesa chiuse.

Così, il 62% di chi ha effettuato una prestazione sanitaria nel sistema pubblico ne ha effettuata almeno un’altra nella sanità a pagamento; C’è poi un 44% del campione che si è rivolto direttamente al privato per ottenere almeno una prestazione sanitaria, senza nemmeno tentare di prenotare nel sistema pubblico. 

In tal modo, la spesa sanitaria privata ha raggiunto i 37,3 miliardi di euro.

Per Marco Vecchietti, amministratore delegato di Rbm Assicurazione Salute. «non è più sufficiente limitarsi a garantire finanziamenti adeguati alla sanità pubblica, ma è necessario affidare in gestione le cure acquistate dai cittadini al di fuori del Ssn attraverso un secondo pilastro sanitario aperto». Di fronte a questi numeri, che sono non molto diversi da quelli emersi nei giorni scorsi nel report sulla sostenibilità del servizio sanitario realizzato dalla Fondazione Gimbe, secondo Vecchietti «bisogna raddoppiare il diritto alla salute degli italiani, garantendo a tutti la possibilità di aderire alla sanità integrativa, perché un sistema sanitario universalistico è incompatibile con una necessità strutturale di integrazione individuale pagata direttamente dai malati, dagli anziani e dai redditi più bassi».