I medici di famiglia allungano la vita: dove sono di più, la mortalità diminuisce

L’indagine

I medici di famiglia allungano la vita: dove sono di più, la mortalità diminuisce

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Chi abita in zone con molti medici di base vive in media 50 giorni in più. L’assistenza primaria ha un evidente vantaggio per la sanità pubblica, ma non per chi vi lavora. Così i giovani medici scelgono specializzazioni più redditizie
di redazione

I medici di base allungano la vita. Secondo uno studio appena pubblicato su Jama Internal Medicine, un aumento della loro presenza sul territorio si traduce in una maggiore aspettativa di vita per la popolazione. Più precisamente: con 10 medici di famiglia in più ogni 100mila persone si ottengono 51,5 giorni in più di vita. Non succede lo stesso con i medici specialisti: con un aumento di 10 specialisti ogni 100mila persone si guadagnano solamente 19,2 giorni in aspettativa di vita. 

La ricerca è stata condotta dagli scienziati della Stanford University School of Medicine e dell’Harvard Medical School negli Stati Uniti, un Paese con un'articolazione del servizio sanitario completamente diversa da quella italiana. Ma non ci sono ragioni che impediscono di immaginare risultati simili anche nel nostro Paese.

«Una maggiore offerta di medici di base è stata associata a una riduzione della mortalità della popolazione, suggerendo che le carenze osservate nell'offerta di medici di famiglia possono avere conseguenze importanti per la salute della popolazione», affermano i ricercatori.

I risultati dello studio ci interessano da vicino. In Italia nei prossimi 5 anni andranno in pensione circa i 15mila medici di famiglia. Secondo quanto previsto dalla norma del dl Semplificazioni, approvato in via definitiva lo scorso 7 febbraio, le carenze verranno in parte colmate ricorrendo ai laureati in medicina che non avranno ancora completato il corso di formazione in medicina generale. Nei prossimi tre anni saranno così disponibili 4.150 medici di famiglia. 

Tornando agli Stati Uniti, dove si è svolto lo studio, le zone più colpite dalla mancanza di medici di base sono le aree rurali. Qui in dieci anni si è passati da 46,6 dottori per 100mila persone a 41,4. 

«I medici di base servono come punto di riferimento principale per la maggior parte della popolazione e spesso svolgono attività di prevenzione, screening del cancro e diagnosi precoce»,  ha affermato Sanjay Basu, autore principale dello studio. 

I ricercatori hanno messo a confronto il numero di medici di famiglia presenti sul territorio con la mortalità per malattie cardiovascolari, cancro, malattie infettive e respiratorie, per consumo di droghe e alcol e per violenza. E hanno scoperto che un aumento di 10 medici per 100mila persone è associato a una riduzione dello 0,9 per cento del rischio di morte per malattia cardiovascolare, dell’1 per cento di morte per cancro e dell’1,4 per cento di morte per malattie respiratorie. 

Nella definizione di “primary care physician”, ai fini dello studio, sono rientrati tutti i medici di età inferiore ai 75 anni che non sono lavorano negli ospedali che svolgono assistenza ambulatoriale in medicina generale, e pediatria generale. Sarebbe l’equivalente del nostro medico di famiglia. 

Dallo studio è emerso, a conferma dell’importanza dell’assistenza sanitaria primaria, che gli abitanti di aree con un maggior numero di medici hanno tassi di sopravvivenza sostanzialmente più alti, fino a 114 giorni per ogni 10 medici di base in più su 100mila persone.

Secondo i ricercatori l’impatto estremamente positivo sulla salute dei medici di base dovrebbe fare riflettere i politici che si occupano di sanità per porre fine a una disparità retributiva che spinge i giovani laureati in medicina verso specializzazioni più redditizie come la cardiologia, l’oftalmologia, la dermatologia.   

«Penso che il problema derivi dagli investimenti: paghiamo meno per la prevenzione che per il trattamento», concludono i ricercatori.