Al Nord si vive tre anni più che al Sud. Troppe disuguaglianze: integrare ospedale e territorio per superarle

La proposta

Al Nord si vive tre anni più che al Sud. Troppe disuguaglianze: integrare ospedale e territorio per superarle

di redazione

Ottantatré anni: è questa l'aspettativa di vita media in Italia. Tra i 37 Paesi Ocse (l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) siamo secondi solo alla Spagna. Ma è un po' come la famosa media del pollo di Trilussa. Al Nord, infatti, si vive tre anni in più rispetto al Sud. Una differenza da ricondurre alla disomogeneità nel rendimento delle risorse distribuite nei 21 sistemi sanitari regionali e alle disuguaglianze socio-economiche a livello territoriale, che la pandemia causata dal Covid-19 sta mettendo ancor più in risalto.

Un gap evidente anche nella sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi di tumore, che vede le percentuali più elevate in Valle D’Aosta (64% donne e 61% uomini), Emilia-Romagna (65% donne e 56% uomini) e Toscana (65% donne e 56% uomini). In coda invece Sardegna (60% donne e 49% uomini) e Campania (59% donne e 50% uomini).

Per ridurre queste discrepanze e affrontare un’eventuale seconda ondata del virus in autunno, gli oncologi chiedono un rafforzamento della medicina del territorio e dei servizi domiciliari a supporto dei pazienti.

«Il rafforzamento delle cure territoriali e degli strumenti che favoriscano la prossimità dell’assistenza al malato, così come tracciato dal Decreto Rilancio, è certamente il principio a cui tendere» sostiene Emilia Grazia De Biasi, portavoce di All.Can Italia, coalizione che si propone di ridefinire il paradigma di gestione del cancro. «Questa visione va però integrata con proposte concrete – aggiunge - che permettano di realizzare un nuovo rapporto tra ospedale e territorio, valutando la governance dei servizi, la condivisione di competenze tra i diversi professionisti e, soprattutto, il coinvolgimento del paziente nella nuova rete di cure».

«La delocalizzazione di alcune prestazioni a bassa complessità dal punto di vista clinico, ma ad alto impatto per la qualità della vita del paziente – sottolinea Domenico Crisarà, vicesegretario della Fimmg, Federazione italiana medici di medicina generale – potrebbe favorire al contempo un’allocazione più efficiente delle risorse e un più elevato grado di soddisfazione da parte del paziente, ad esempio con la definizione di punti di accesso nelle reti oncologiche regionali come prima presa in carico. La diffusione sul territorio di alcune prestazioni rende comunque necessaria una chiara governance di tutto il percorso di cura», con il dipartimento ospedaliero o dell’azienda sanitaria che «può rimanere il fulcro di verifica e controllo, ma non l’unico centro di erogazione delle cure».

Per Barbara Mangiacavalli, presidente della Fnopi (Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche), infine, «la flessibilità del percorso e l’inserimento di figure professionali specificamente dedicate a ogni stadio della malattia oncologica sono gli elementi chiave per declinare la prossimità nella sua interezza, intesa anche come supporto umano ed emotivo al paziente e ai familiari».