Quasi una paziente italiana su tre non è ancora curata in una Breast Unit

Tumore al seno

Quasi una paziente italiana su tre non è ancora curata in una Breast Unit

di redazione

Quasi una paziente su tre riferisce di non essere stata curata in una Breast Unit, cioè in un Centro di senologia multidisciplinare; e non riceve le informazioni necessarie per poter scegliere con consapevolezza dove rivolgersi.

A cinque anni dalla legge che stabilisce l’istituzione delle Breast Unit, un’indagine condotta dall’Istituto di ricerca SWG fotografa lo scenario, riportato dalla voce delle pazienti stesse. La ricerca è al centro della campagna “Chiedo di +”, realizzata da Europa Donna Italia con il supporto incondizionato di Roche, presentata a Roma mercoledì 30 ottobre. I risultati dell'indagine sono stati riassunti in dieci punti nel Manifesto “Chiedo di +”.

Con questa campagna «abbiamo voluto interpellare le dirette interessate, le pazienti – spiega Rosanna D’Antona, presidente di Europa Donna Italia - per far emergere dalla loro esperienza quali sono i gap da colmare affinché tutte Breast Unit d’Italia funzionino secondo i criteri previsti dalla normativa».

Tra i gap riscontrati il primo riguarda i tempi di attesa in ogni fase del percorso, dalla diagnosi completa alla cura prima e dopo l’intervento, percepiti ancora come troppo lunghi: 2,3 mesi di attesa in media tra l’esecuzione degli esami e la diagnosi. Tra le altre principali criticità cisono la carenza di informazioni sia sugli effetti collaterali delle terapie sia su come gestirli; la carenza di informazioni per prevenire e curare il linfedema; il mancato accertamento della eventuale presenza di familiarità e/o di mutazioni nei geni BRCA; la scarsa disponibilità dello psiconcologo ancora in molti centri; la necessità di una maggiore presenza del chirurgo oncoplastico all’interno del team multidisciplinare,; la scarsa presa in carico delle pazienti durante il follow up. Inoltre non sempre è assicurata la continuità di cura, infatti quattro intervistate su dieci hanno dovuto cambiare struttura e ancora troppo spesso le giovani pazienti non ricevono adeguate informazioni e assistenza sulla conservazione della fertilità. Infine manca la figura del nutrizionista per fornire informazioni sull’alimentazione da seguire per la prevenzione delle recidive.

«Il nostro obiettivo con questa campagna – sottolinea D'Antona - è sensibilizzare sulla necessità di completare lo sviluppo delle Breast Unit e, come previsto dalla legge, assicurarne il monitoraggio in tutto il territorio italiano, affinché tutte le pazienti abbiano accesso a cure tempestive e percorsi terapeutici appropriati».

Il tumore del seno “comporta una spesa annua molto importante, pari a circa 600 milioni di euro» osserva Francesco Saverio Mennini del Centre for Economic Evaluation and HTA alla Facoltà di Economia dell'Università di Roma Tor Vergata. «Di questi, circa la metà, il 52%, è rappresentata dai costi ospedalieri – precisa - e oltre il 41% dai costi indiretti. È quindi necessario cambiare il paradigma della valutazione, focalizzando l’attenzione su una stima del peso economico che sia onnicomprensiva dei costi diretti sanitari, non sanitari e indiretti».

«Il percorso multidisciplinare, come previsto dalla Breast Unit, garantisce appropriatezza e personalizzazione della cura – commenta Federico Pantellini, Medical Unit Head Onco-Hematology di Roche Italia - perché si basa sulla collaborazione e interazione fra tutte le figure professionali coinvolte. Nondimeno è importante l’ascolto dei bisogni delle pazienti e la ricerca presentata oggi ci offre molte e importanti indicazioni».