Alzheimer: la stimolazione magnetica transcranica potrebbe contrastare la perdita di memoria

Risultati preliminari

Alzheimer: la stimolazione magnetica transcranica potrebbe contrastare la perdita di memoria

Sembra produrre un miglioramento della memoria episodica. Ma servono altre ricerche per confermarlo
redazione

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© Fondazione Santa Lucia IRCCS

La stimolazione magnetica transcranica potrebbe aiutare i pazienti affetti da malattia di Alzheimer a contrastare una delle conseguenze più caratteristiche e precoci della patologia: la perdita di memoria. 

È questa la conclusione di uno studio condotto da ricercatori della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma pubblicato sulla rivista NeuroImage. Nella ricerca - i cui risultati sono preliminari - il team ha studiato l’effetto di un ciclo di trattamento con la stimolazione magnetica transcranica su 14 persone con malattia di Alzheimer in fase iniziale rilevando un miglioramento della memoria episodica (quella che immagazzina di gli avvenimenti specifici della nostra vita) e un aumento dell’attività neurale. 

La stimolazione magnetica transcranica è una tecnologia che genera campi magnetici che attraversano la scatola cranica e si trasformano in impulsi elettrici, che possono stimolare la riattivazione delle connessioni tra le cellule nervose. 

Volendo stimolare la funzione della memoria, i ricercatori dell’IRCCS Santa Lucia sono andati ad agire su una particolare rete neurale, il default mode network. «È un’area collocata in una posizione centrale e relativamente profonda del cervello altamente connessa con l’ippocampo, altra regione da sempre sotto forte osservazione quando si parla di malattia di Alzheimer e problemi di memoria», ha spiegato Marco Bozzali, Neurologo dell’IRCCS Santa Lucia ed esperto di Neuroimaging.

I primi risultati sono promettenti, ma occorreranno altre ricerche per confermare gli effetti della stimolazione. 

Intanto, il gruppo di ricerca dell’IRCCS Santa Lucia si sta concentrando sull’utilizzo della stimolazione magnetica transcranica come strumento per rilevare in modo precoce segnali dell’Alzheimer. «Le due metodiche oggi più diffuse per la diagnosi sono il prelievo del liquido cerebrospinale mediante ricovero e puntura lombare oppure l’esame con PET. Entrambe servono a rilevare accumuli di beta-amiloide nel nostro sistema nervoso», spiega Alessandro Martorana, dell’Università di Tor Vergata che collabora al progetto. 

Sono però metodiche costose e la prima è anche invasiva. La stimolazione transcranica potrebbe così rappresentare una buona alternativa a basso costo: «Mandando impulsi elettrici al cervello non in modo continuativo, ma isolato e puntuale posso fotografare il livello di connettività cerebrale della persona in base a precise informazioni neurofisiologiche e quindi rilevare scostamenti dalle funzioni cerebrali di un soggetto sano», ha affermato il direttore del Laboratorio di Neuropsicofisiologia Sperimentale del Santa Lucia Giacomo Koch.