Anche nei bambini gli antibiotici stanno diventano inefficaci

L’emergenza

Anche nei bambini gli antibiotici stanno diventano inefficaci

di Cristina Gaviraghi

Se un bambino si ammala di un’infezione alle vie urinarie, usare l’amoxicillina, uno dei più comuni e usati antibiotici, in un caso su due è inutile. Nei paesi industrializzati sarebbe, infatti, intorno al 53 per cento la percentuale di resistenza a questo farmaco per questo tipo di infezioni. Non se la caverebbe tanto bene neanche con un altro diffuso antibiotico: il trimetoprim. Della sua presenza i batteri se ne infischierebbero nel 25 per cento dei casi. 

L’allarme arriva da una ricerca dell’Imperial College di Londra e dell’Università di Bristol in cui sono stati considerati ben 58 studi sulle infezioni urinarie pediatriche, condotti in 26 paesi, che hanno analizzato oltre 77 mila colture di Escherichia coli, il batterio responsabile di circa l’80 per cento di queste patologie. 

Ma i dati della ricerca, pubblicata sul British Medical Journal, non si fermano qui. L’indagine mostra anche che nei paesi in via di sviluppo, tra cui Brasile, Cina e Malesia, le percentuali di resistenza agli antibiotici sarebbero ancora più alte e preoccupanti: 80 per cento per l’amoxicillina, 60 per cento nel caso in cui a questo antibiotico sia aggiunto l’acido clavulanico, oltre il 25 per cento per la ciprofloxacina. E queste resistenze perdurerebbero per almeno sei mesi dal precedente trattamento. 

Numeri inquietanti se si pensa che la Società Europea di Microbiologia Clinica e Malattie Infettive, e il suo analogo statunitense, affermano che un antibiotico può essere considerato un trattamento di prima linea per le infezioni urinarie se la resistenza nei confronti dell’agente infettante più comune non supera il 20 per cento. 

L’età dei bambini arruolati dagli studi analizzati andava dai pochi giorni fino ai 17 anni, fascia anagrafica in cui si stima che almeno un maschio su 30 e una femmina su 10 vada incontro a un’infezione urinaria. Patologie quindi abbastanza comuni, caratterizzate da bruciore e disturbi nella minzione, febbre e presenza d leucociti e nitriti nelle urine e contro le quali normalmente basterebbe una semplice ed economica terapia antibiotica orale. 

«La ridotta efficacia di questi farmaci, però, può costringere i medici a ricorrere ad altri trattamenti più costosi, magari somministrati per via endovenosa e con più effetti collaterali, specialmente per pazienti così vulnerabili come i bambini», sottolinea Ashley Bryce, ricercatrice a Bristol. Senza contare il rischio di complicazioni renali conseguente a infezioni ricorrenti e non completamente guarite. 

L’antibiotico resistenza è un fenomeno che sembra riguardare anche le infezioni urinarie pediatriche, alimentata dalla tante, troppe e spesso ingiustificate prescrizioni di farmaci antimicrobici da parte dei pediatri di base. Nei paesi in via di sviluppo, poi, la disponibilità di questi farmaci senza l’obbligo della prescrizione medica, la presenza di infrastrutture sanitarie più deboli e la mancanza di un serio monitoraggio dell’uso di antibiotici aggravano la situazione. 

«I legislatori pensano di agire razionalmente promuovendo la disponibilità di antibiotici senza prescrizione in paesi dove le infezioni sono più diffuse e l’accesso ai farmaci spesso difficoltoso e, analogamente, pensano di essere razionali i medici che nei paesi occidentali cercano di soddisfare i propri pazienti in cerca di sollievo da sintomi preoccupanti, ma così facendo influenzano negativamente la disponibilità di un bene prezioso e condiviso come quello di antibiotici efficaci», puntualizza in un editoriale di commento allo studio Grant Russell, docente alla Monash University di Melbourne. 

Per contrastare questa pericolosa tendenza, i ricercatori auspicano una pronta rivisitazione delle indicazioni cliniche per il trattamento delle infezioni urinarie pediatriche rimaste pressoché invariate dagli anni Novanta e una più attenta fruizione da parte dei pediatri dei dati relativi all’efficacia degli antibiotici in uso.

«I medici devono abituarsi a ripercorrere e analizzare nei loro piccoli pazienti una sorta di “storia antibiotica” prima di prescrivere un farmaco per le infezioni batteriche urinarie, perché un medicinale utilizzato in passato potrebbe non essere più efficace», conclude Bryce.