L’angioplastica non ha limiti di età. Può salvare la vita anche ai pazienti più anziani

Ne vale la pena

L’angioplastica non ha limiti di età. Può salvare la vita anche ai pazienti più anziani

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Secondo lo studio per ogni mille casi interventi, l'angioplastica salva 49 vite tra gli anziani più giovani, 53 tra gli anziani di mezzo e 54 tra gli anziani "più anziani"
di redazione

Un’angioplastica o uno stent non vanno negati a nessuno. Anche i pazienti più anziani, over 75, dovrebbero essere sottoposti alla procedura per sbloccare le arterie ostruite in caso di attacco cardiaco per aumentare le chance di sopravvivere a un successivo evento cardiovascolare. L’invito a non escludere dagli interventi coronarici percutanei le persone più in là con gli anni arriva dalle pagine di Circulation, rivista dell’American Heart Association.

La popolazione ultrasettantenne sta aumentando rapidamente e nel 2050 rappresenterà l’11,5 per cento della popolazione degli Stati Uniti. Tuttavia, ancora non sono chiari i benefici delle procedure per allargare le arterie nei pazienti più anziani. 

Se la persona che ha subito un infarto ha meno di 75 anni, generalmente si esegue un’angioplastica con stent. Un palloncino sgonfiato all’estremità di un catetere viene inserito nell’arteria occlusa e una volta posizionato in corrispondenza dell’ostruzione viene gonfiato per allargare il vaso sanguigno. Spesso intorno al palloncino è avvolto uno stent, una struttura retiforme che mantiene separate le pareti dell’arteria. 

«Le persone più anziane solitamente hanno un quadro clinico complesso e convivono con i sintomi della vecchiaia come fragilità, condizioni croniche multiple, disturbi cognitivi. E inoltre fanno uso di varie medicine. Per queste ragioni vengono sistematicamente escluse dai trial clinici per testare le terapie, tra cui anche gli interventi coronarici percutanei. Così non è mai stato dimostrato se queste procedure funzionino o meno negli anziani più grandi», ha detto Abdulla A. Damluji, a capo dello studio. 

Per colmare questa lacuna, Damluji e i colleghi hanno raccolto i dati di 470mila pazienti anziani ammessi in ospedale con un primo attacco cardiaco tra il 2000 e il 2016. I pazienti sono stati divisi in tre gruppi in base all’età, il primo comprendeva persone tra i 75 e i 79 anni (young old)  il secondo individui tra gli 80 e gli 84 anni (middle old) e il terzo pazienti oltre gli 85 anni (old old). 

Come era prevedibile, i pazienti più anziani avevano maggiori probabilità di avere altre malattie al momento dell’ingresso in ospedale e avevano il 13 per cento di probabilità di morire nel corso del ricovero rispetto all’8 per cento del gruppo più giovane. 

I ricercatori hanno osservato che gli interventi coronarici percutanei venivano riservati soprattutto ai pazienti più giovani: è stato sottoposto alla procedura il 38 per cento del gruppo degli “young old”, il 33 per cento dei “middle old” e il 20 per cento degli “old old”. 

Tuttavia nel corso degli ultimi anni si è registrato un costante aumento degli interventi destinati alle persone più anziane, 85 e oltre, con infarto del miocardio. Le operazioni sono passate dal 10 per cento del 2000 al 25 per cento del 2016. In corrispondenza è stato osservata una riduzione del tasso di mortalità, passato dal 17 per cento all’11 per cento. 

Per ogni mille casi, sono state salvate 49 vite tra gli anziani più giovani, 53 tra gli anziani di mezzo e 54 tra gli anziani più anziani. Dai dati del mondo reale quindi emerge un’associazione tra le procedure percutanee coronariche e la sopravvivenza della popolazione over 85.

«Stiamo effettuando sempre più spesso gli interventi coronarici percutanei nella popolazione di pazienti molto anziani, e anche se si tratta di pazienti con condizioni di salute complesse e anche se l’intervento è invasivo, sembra che i vantaggi siano evidenti data la possibilità di salvare vite», ha detto Damluji.