Antibiotici: e se completare il ciclo fosse uno sbaglio?

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Antibiotici: e se completare il ciclo fosse uno sbaglio?

Cambio di rotta: smettere prima è meno pericoloso di quel che si pensava. Anzi, forse, conviene
redazione

Il suo nome è Martin Llewelyn e ne sentiremo parlare. È lui infatti, esperto di malattie infettive dell’Università di Brighton e del Sussex, ad aver lanciato dalle pagine del British Medical Journal un rivoluzionario appello ai medici destinato ad alimentare accese discussioni: non dite più ai pazienti di finire il ciclo di antibiotici. 

Senza troppi giri di parole Llewelyn abbatte in poche righe, ospitate però su una delle più prestigiose riviste mediche del mondo,  un dogma della medicina istituito da Fleming stesso e tramandato fino ai giorni nostri. 

Secondo lui e i suoi colleghi pronti ad abbracciare la stessa teoria controcorrente, infatti, non ci sono prove sufficienti per dimostrare che assumere le medicine per periodi inferiori al previsto possa scatenare l’antibiotico-resistenza. Anzi, andando contro tutta la comunità scientifica internazionale a partire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, Llewelyn sostiene che sia più rischioso prendere i farmaci oltre il necessario piuttosto che interrompere il trattamento prima di quanto scritto sul foglietto illustrativo. 

Il nuovo messaggio che i medici dovrebbero consegnare ai pazienti suona trasgressivo: interrompete la cura quando vi sentite meglio. Il vero pericolo per l’antibiotico resistenza, secondo la nuova teoria, viene dagli antibiotici presi troppo a lungo. 

È tutto il contrario di quanto dice l’Oms: «completa sempre interamente la prescrizione, anche se ti senti meglio perché interrompere la cura prima favorisce lo sviluppo dell’antibiotico-resistenza».  

Un po’ meno rigidi sono i consigli dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) e la Public Health England che hanno rivisto il loro “credo” sostituendo il tradizionale “finire il corso completo” con “assumere esattamente secondo la prescrizione”. Ma cambia poco. Ora invece la “dottrina” è completamente ribaltata e il messaggio di completare il ciclo sembra portare più danni che benefici. 

I ricercatori guidati da Llewelyn sostengono infatti che non sappiamo con esattezza se la durata dei cicli attualmente consigliata sia effettivamente la minima a garantire la guarigione. 

Ci sono pochi studi su questo argomento e quelli che esistono dimostrano che le dosi attuali vanno ridimensionate.

Il sospetto che si esageri con i giorni della prescrizione viene da un caso specifico. Per curare la pielonefrite, una malattia infiammatoria dei reni, vengono prescritte 2 settimane di terapia antibiotica, ma secondo alcuni studi recenti gli antibiotici come la ciprofloxacina e la levofloxacina funzionano per periodi più brevi. Non può accadere lo stesso anche per altre malattie? Vale la pena indagare, dicono i ricercatori, per evitare di assumere inutilmente medicine per periodi più lunghi con il rischio di aumentare la resistenza. 

Inoltre, si legge sul Bmj, non tutti i pazienti reagiscono allo stesso modo. 

«Il concetto del ciclo di antibiotici ignora il fatto - dice Llewelyn - che i pazienti possono rispondere in modo diverso agli stessi antibiotici, a seconda di fattori legati all’individuo o alla malattia». 

Senza alcun timore di passare per un bastian contrario, Llewelyn ribadisce in conclusione la sua convinzione: «I pazienti verrebbero informati in modo migliore se qualcuno gli dicesse di sospendere il trattamento quando si sentono meglio». In esplicita contraddizione con quanto sostiene l’Oms.