Un antidepressivo contro Covid-19? Studio mostra benefici dalla fluvoxamina

Il trial

Un antidepressivo contro Covid-19? Studio mostra benefici dalla fluvoxamina

Non è il rimedio che guarisce tutti e che funziona sempre. La fluvoxamina riduce le probabilità di ricovero nei pazienti a rischio appena ricevuta la diagnosi. Può servire soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito con un limitato accesso ai vaccini

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Immagine: Tom Varco, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

È un antidepressivo, ma ha anche proprietà antinfiammatorie. Ed è per questa seconda caratteristica che la fluvoxamina, un farmaco appartenente alla classe degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, è stata selezionata insieme ad altre otto medicine come potenziale terapia contro Covid-19. Il trial clinico ideato per testare l’efficacia di questo ventaglio di prodotti già in commercio si chiama TOGETHER e su Lancet Global Health vengono pubblicati i risultati che riguardano specificatamente la fluvoxamina. Sono risultati positivi: il farmaco antidepressivo ricuce le probabilità di ospedalizzazione nei pazienti a rischio con un’infezione di Covid-19 sintomatica in fase iniziale.

Nonostante ciò, è bene essere cauti: dall'inizio della pandemia non si contano le cure promettenti poi bocciate da più approfondite ricerche scientifiche. Ecco dunque cosa emerge dalla ricerca. 

Il braccio dello studio TOGETHER dedicato alla fluvoxamina ha coinvolto 741 adulti di nazionalità brasiliana risultati positivi al virus Sars-Cov-2, non vaccinati e con almeno un fattore di rischio che li esponeva a una maggiore probabilità di sviluppare una forma grave della malattia (diabete, obesità, patologie cardiache ecc…). 

I pazienti hanno assunto due volte al giorno per dieci giorni 100mg di fluvoxamina, mentre il gruppo di controllo ha assunto un placebo. I ricercatori hanno seguito la salute dei partecipanti nei 28 giorni successivi alla terapia. Il parametro scelto per valutare l’efficacia del farmaco in confronto al placebo, l’outcome principale in termini tecnici, era rappresentato dall’ospedalizzazione o dalla permanenza in ospedale sotto osservazione medica per oltre sei ore. Ebbene, nel gruppo sperimentale, trattato con fluvoxamina, 79 persone hanno avuto bisogno di un ricovero o di un periodo di monitoraggio prolungato, contro le 119 del gruppo di controllo. Significa che l’uso off-label dello psicofarmaco promette una riduzione del rischio assoluto di ospedalizzazione o di prolungamento delle cure di emergenza del 5 per cento e una riduzione del rischio relativo del 32 per cento.

L’impatto della terapia sulla mortalità è stato calcolato con un’analisi parallela: tra i pazienti che hanno assunto almeno l’80 per cento delle dosi del farmaco c'è stato un solo decesso rispetto a 12 nel gruppo placebo.

«Data la sicurezza, la tollerabilità, la facilità d'uso, il basso costo e la disponibilità diffusa della fluvoxamina, questi risultati possono avere un'influenza importante sulle linee guida nazionali e internazionali sulla gestione clinica di Covid-19», commenta Gilmar Reis, co-autore principale dello studio. 

Gli scienziati ipotizzano che l’efficacia della fluvoxamina come terapia anti-Covid dipenda dalla sua capacità di attivare il recettore sigma-1 (S1R), una proteina coinvolta in molte funzioni cellulari tra cui la regolazione della produzione delle molecole infiammatorie citochine in risposte. L’attivazione di S1R ridurrebbe quindi la produzione delle citochine che possono essere innescate dall'infezione da Sars-CoV-2 e che sono ritenute responsabili del peggioramento dei sintomi.

In un editoriale di accompagnamento allo studio viene però fatto notare che non tutto è stato chiarito sull’uso della fluvoxamina come terapia anti-Covid. Non si conoscono, per esempio, le interazioni con altri farmaci usati nei pazienti con Covid, come gli anticorpi monoclonali e i corticosteroidi. Non è noto, inoltre, se la fluvoxamina possa essere d’aiuto anche ai pazienti non a rischio e se sia efficace anche nelle persone con un’infezione da variante delta. 

L’autore dell’editoriale, Otavio Berwanger, dell’Hospital Israelita Albert Einstein di San Paulo, in Brasile, sottolinea inoltre che lo studio è destinato soprattutto ai Paesi dove l’accesso ai vaccini è limitato. 

«A causa delle diseguaglianze nell'accesso ai vaccini, una percentuale rilevante di individui rimane a rischio di Covid-19, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito. Pertanto, l'identificazione di interventi efficaci per prevenire esiti clinicamente rilevanti tra i pazienti con Covid-19 rappresenta ancora un'importante esigenza medica», afferma Berwanger.