Antidolorifici: in molti li prendono, pochi sono soddisfatti

Lo studio

Antidolorifici: in molti li prendono, pochi sono soddisfatti

In Usa solo il 13 per cento di chi è in cura con antidolorifici oppioidi si ritiene soddisfatto della terapia. Intanto cresce il numero di persone che sviluppa dipendenza da questi farmaci
Cristina Gaviraghi

Un fastidioso mal di schiena dura ormai da giorni e non accenna ad andarsene, ecco che allora la soluzione sembra semplice e una piccola pillola lascia intravedere la speranza di un po’ di sollievo. Di antidolorifici se ne consumano tanti. 

L’ultimo rapporto OsMed del 2014 stima che in Italia, per questi farmaci, si sia passati, dal 2005 al 2013, da una posologia di 2,1 dosi giornaliere ogni 1000 abitanti a 7,3 dosi. Se si considerano poi i soli derivati dell'oppio la loro prescrizione, nello stesso periodo, è quasi quintuplicata. 

Il sollievo al dolore è un diritto di ogni paziente, ma l’abuso di antidolorifici può portare a pesanti conseguenze e, tra l’altro, non è detto che porti sempre all’effetto desiderato. Lo sanno bene oltreoceano dove l’eccessiva prescrizione di farmaci oppiacei sta assumendo proporzioni epidemiche. 

Sembrerebbe, però, che negli USA il ricorso a tali medicinali non incontri il totale favore dei pazienti. Un’indagine del Rush University Medical Center di Chicago, presentata al meeting dell’American Society of Anesthesiologists, afferma, infatti, che gran parte dei malati non sia pienamente soddisfatta delle terapie con oppiacei. Si tratta di uno studio che ha coinvolto oltre 2.000 di individui sofferenti di dolore cronico lombare, la metà dei quali in cura con antidolorifici derivati dall’oppio.  

Tra questi solo il 13 per cento affermava di aver ottenuto risultati pienamente positivi in seguito all’uso dei farmaci, una percentuale analoga a quella di chi invece dichiarava che la cura non aveva raggiunto il successo sperato. Tra i due estremi, la maggior parte dei pazienti palesava solo una moderata-bassa soddisfazione riguardo gli antidolorifici. 

Alta invece era la quantità di individui che lamentava l’insorgenza di effetti collaterali in seguito alla terapia: ben il 75 per cento. A farla da padrone la costipazione in più della metà dei casi, ma anche sonnolenza, disturbi della memoria in un paziente ogni tre e, per finire, il 29 per cento presentava la complicanza forse più temibile: la dipendenza. 

Gli antidolorifici oppiacei come codeina, ossicodone, idrocodone, sono farmaci potenti che agiscono direttamente sui recettori del sistema nervoso centrale, ma possono, se usati in modo prolungato, dare assuefazione. Il paziente non riesce a rinunciarvi, entrando in vere e proprie crisi di astinenza. Una questione particolarmente grave negli USA, dove l’abuso di antidolorifici oppiacei è spesso l’anticamera per la dipendenza da eroina e dove, nel 2013, ci sono state più morti per overdose da farmaci che per incidenti stradali. 

Il pericolo della dipendenza, in realtà, sembra spaventare il paziente che, secondo lo studio statunitense, nel 41 per cento dei casi quasi si vergogna ad assumere tali farmaci, sentendosi stigmatizzato e mal giudicato dagli altri. Ma allora perché, visti i dati presentati dall’indagine, le prescrizioni di antidolorifici oppiacei, un tempo relegate principalmente nella convalescenza post-operatoria, nel periodo successivo a un infortunio e nei malati di tumore, continuano a salire? 

«I pazienti cercano una soluzione che risolva il loro dolore e, anche se sono consapevoli delle controindicazioni degli oppiacei, pensano che non ci siano opzioni di trattamento alternative», dichiara Asokumar Buvanendran, specialista in medicina del dolore a Chicago.   

Eppure le alternative ci sarebbero. Dalla fisioterapia, alle manipolazioni, fino al biofeedback, una tecnica che porta il paziente, attraverso la presa di coscienza anche dell’andamento di alcuni suoi parametri fisiologici, a riconoscere e adattarsi alle alterazioni alla base di diverse condizioni patologiche. 

Esistono poi metodi più invasivi come l’uso di dispositivi impiantabili che rilasciano il farmaco antidolorifico a livello spinale in modo più mirato o che agiscono sulle cellule nervose in modo da interrompere la conduzione al cervello degli stimoli dolorosi. Un principio su cui si basano anche le tecniche di blocco o ablazione del nervo. 

«La prescrizione della pillola resta, però, spesso la più desiderata dal paziente e la più facile da erogare da parte del medico; semplice, veloce e dall’effetto riscontrabile quasi nell’immediato. Il malato non capisce che a volte qualche disagio è parte del processo di guarigione», continua Buvanendran. 

Servirebbe, non solo più consapevolezza da parte dei pazienti riguardo ai rischi legati agli oppiacei, ma anche una maggior capacità dei medici nel proporre terapie alternative, indirizzando magari il malato da veri e propri specialisti in materia di terapia del dolore. 

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