Appendicite. In molti casi si può evitare l'intervento chirurgico: basta l'antibiotico

Lo studio

Appendicite. In molti casi si può evitare l'intervento chirurgico: basta l'antibiotico

C'è la conferma: nella gran parte dei casi la terapia antibiotica funziona bene quanto la chirurgia
redazione

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Uno studio su Jama suggerisce che l’intervento chirurgico non è l’unica opzione terapeutica possibile. In assenza di complicanze l’infiammazione può guarire anche con gli antibiotici

Niente sala operatoria, in molti casi l’appendicite si può curare con gli antibiotici. L’invito a usare il bisturi con meno disinvoltura arriva da uno studio su Jama che suggerisce ai medici di prendere in considerazione la terapia farmacologica come una valida opzione per alcuni pazienti. 

La maggior parte delle infiammazioni, infatti, non sono accompagnate da complicanze gravi, come la lesione ad altri organi. «Questi pazienti - ha dichiarato Paulina Salminen, chirurgo presso l'Università di Turku in Finlandia e autore principale del nuovo studio - possono essere valutati per la terapia antibiotica. Ci vuole del tempo per realizzare un grande cambiamento nella mentalità dei pazienti, dei dottori e dei chirurghi, ma questo cambiamento è già iniziato con risultati promettenti». 

I ricercatori hanno monitorato per cinque anni la salute di 530 uomini e donne tra i 18 e i 60 anni di età con una diagnosi di appendicite senza complicazioni effettuata con una Tac. Il campione è stato diviso in maniera casuale in due gruppi: il primo è stato sottoposto  ad appendicectomia, il secondo a una terapia antibiotica di tre giorni per via endovenosa con ertapenem, seguita da una terapia orale per sette giorni.  

Circa il 61 per cento dei pazienti curati con antibiotici è restato lontano dalla sala operatoria nei 5 anni di osservazione e il restante 39 per cento che ha dovuto invece sottoporsi al bisturi non ha subito conseguenze in seguito al posticipo dell’intervento.  

Ai chirurghi, si sa, piace operare, ma nessuno suggerirebbe un intervento chirurgico a meno che non ce ne sia davvero bisogno. E quando si tratta dell'appendice, a quanto pare, l’operazione per rimuoverla non è sempre necessaria. 

È vero, ammettono i ricercatori,  i risultati dello studio in fondo dicono che la sala operatoria resta una possibilità concreta, non tanto remota: 4 pazienti su 10 trattati con antibiotici entro cinque anni dovranno essere sottoposti a un intervento chirurgico. 

Ma sull’altro piatto della bilancia ci sono molti pazienti che possono evitare i rischi dell’operazione e c’è il risparmio economico procurato dalla terapia antibiotica molto meno costosa  di quella chirurgica. 

Le obiezioni sono legittime e prevedibili: perché tenersi un organo che non serve a nulla e che può tornare a infiammarsi quando per liberarsi di questa spada di Damocle basta un intervento di routine che negli Usa viene eseguito 300mila volte ogni anno?

Fondamentalmente la scelta spetta ai pazienti, dicono i ricercatori, che devono però sapere che gli antibiotici sono un'opzione completamente praticabile e appropriata in molti casi. 

La terapia antibiotica potrebbe quindi essere preferita da persone anziane, o con problemi di salute o da chi teme di poter avere reazioni allergiche ai farmaci usati per l’anestesia o da tutti coloro che, semplicemente, hanno paura delle operazioni chirurgiche. 

Insomma, alla fine i ricercatori non intendono dimostrare che una soluzione sia migliore dell’altra ma vogliono far sapere che in molti casi esiste una valida opzione terapeutica che non prevede il bisturi.

A tutto ciò va aggiunto il fatto che negli ultimi anni il ruolo dell’appendice è stato rivalutato. E con grande sorpresa di tutti, la piccola propaggine dell’intestino crasso considerata a lungo inutile è stata descritta come una preziosa riserva di batteri intestinali “buoni”. Che valga la pena tenersela?