Attenzione agli antidepressivi dopo l'infarto

Farmaci

Attenzione agli antidepressivi dopo l'infarto

Chi ha avuto un attacco di cuore e assume questi farmaci ha un maggior rischio di morte
redazione

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Un gruppo di ricercatori dell’Università di Zurigo ha messo a confronto i tassi di sopravvivenza a un anno dalle dimissioni di pazienti a cui vengono prescritti gli psicofarmaci con quelli a cui non vengono prescritti.

I pazienti che hanno avuto un infarto a cui vengono prescritti degli antidepressivi alle dimissioni dall’ospedale hanno un rischio di mortalità del 66 per cento maggiore nell’anno successivo rispetto ai pazienti dimessi senza ricette per psicofarmaci. 

È quanto emerge da uno studio dell’Università di Zurigo che però, la premessa è d’obbligo, come ogni studio osservazionale non può stabilire con certezza un legame di causa ed effetto tra i due fenomeni, ovvero tra l’uso di antidepressivi e il rischio di morte prematura, ma può solo constatare l’esistenza di un’associazione.

I ricercatori dell’Università di Zurigo hanno analizzato 9mila pazienti che avevano subito un infarto del miocardio e che erano stati ricoverati in ospedale tra marzo 2005 e aprile 2016. Tutti i pazienti sono stati monitorati telefonicamente nei 12 mesi successivi alle dimissioni. Gli scienziati hanno messo a confronto la salute dei pazienti che erano stati indirizzati a una terapia con antidepressivi con quella di chi non aveva ricevuto una analoga prescrizione valutando mortalità, infarto e ictus tra i  due gruppi. 

In totale i pazienti indirizzati a una terapia farmacologica per la depressione sono stati 565 (6,3%). «Precedenti studi - ha dichiarato Nadia Fehr, dell’Università di Zurigo e principale autore dello studio - avevano suggerito che le malattie cardiovascolari possono aumentare le probabilità di soffrire di depressione. Dall’altra parte, la depressione sembra aumentare le probabilità di sviluppare alcuni fattori di rischio cardiovascolare. Comunque si conosce poco dell’impatto della depressione sugli esiti di un infarto». 

I pazienti che avevano ricevuto la prescrizione per gli antidepressivi erano per lo più donne, di età avanzata, colpite da ipertensione, diabete, obesità, dislipidemia con periodi di ospedalizzazione più lunghi. E che, inoltre, avevano minori probabilità di essere sottoposte a un intervento coronarico percutaneo (angioplastica, stent) o di ricevere bloccanti P2Y12 o statine. Dai calcoli dei ricercatori non sono emerse differenze tra i due gruppi, con o senza antidepressivi, per quanto riguarda casi di ictus o di successivi infarti. Ma tra i pazienti trattati con antidepressivi le percentuali  di sopravvivenza erano inferiori. Un anno dopo le dimissioni il tasso di mortalità tra i pazienti indirizzati alla terapia antidepressiva era del 7,4 per cento in confronto al 3,4 per cento dell’altro gruppo. 

«Questo è uno studio osservazionale - ribadisce  Fehr- quindi non possiamo concludere che gli antidepressivi abbiano causato il più alto tasso di mortalità. Il nostro studio ha dimostrato che molti pazienti vengono trattati con antidepressivi dopo un attacco cardiaco. Sono necessarie ulteriori ricerche per individuare le cause e i sottostanti meccanismi patologici della più elevata mortalità osservata in questo gruppo di pazienti».