Cancro al polmone. Un nuovo farmaco da far entrare in campo quando il tumore diventa resistente

Anticorpo coniugato

Cancro al polmone. Un nuovo farmaco da far entrare in campo quando il tumore diventa resistente

di redazione

Un nuovo farmaco innovativo che coniuga la selettività dei trattamenti di precisione con l’efficacia della chemioterapia può essere un’opzione efficace nei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule con mutazione di EGFR che hanno sviluppato resistenza ai trattamenti convenzionali. 

È quanto emerge da uno studio presentato nel corso del meeting annuale dell'American Society of Clinical Oncology

Una sfida complessa

Il tumore al polmone è il cancro più comune al mondo e la principale causa di morte per cancro; nel 2020 sono stati osservati al mondo circa 2,2 milioni di nuovi casi di carcinoma del polmone e approssimativamente 1,8 milioni di morti. Il carcinoma polmonare non a piccole cellule corrisponde a circa l’80-85% di tutti i carcinomi al polmone. Nel decennio scorso, l’introduzione di terapie mirate e di inibitori del checkpoint immunitari ha migliorato il panorama terapeutico per i pazienti affetti da questa neoplasia; ma non tutti i pazienti rispondono a queste terapie.

Tra i target terapeutici identificati negli ultimi anni la mutazione attivante di EGFR è una delle più importanti per il carcinoma polmonare non a piccole cellule in stadio avanzato. Per pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato e con EGFR mutato, la terapia mirata con gli inibitori tirosin-chinasici (TKI) contro EGFR offre percentuali di risposta e sopravvivenza libera da progressione più elevate rispetto alla chemioterapia.  Tuttavia la maggior parte dei pazienti sviluppa dopo qualche tempo una resistenza a questi farmaci, e da quel momento le opzioni di trattamento diventano più limitate.

Lo studio

È questa fetta di pazienti che ha preso in considerazione lo studio  registrativo HERTHENA-Lung01 i cui dati sono stati presentati al meeting ASCO. 

La sperimentazione ha valutato l’utilizzo dell’anticorpo monoclonale coniugato anti-HER3 patritumab deruxtecan in 57 pazienti che avevano ricevuto già diverse terapie (inibitori tirosin-chinasici contro EGFR, chemioterapia, alcuni anche l’immunoterapia) ma che non rispondevano più al trattamento. 

Il farmaco è un “anticorpo monoclonale coniugato”, vale a dire un prodotto a due componenti: un anticorpo che riconosce HER3 (un recettore associato alla crescita della cellula tumorale e presente in oltre l’80 per cento dei tumori al polmone non a piccole cellule) e un chemioterapico tossico per la cellula tumorale.

La sperimentazione ha mostrato che il trattamento consente di ottenere un tasso di risposta oggettiva del 39 per cento con un tasso di controllo della malattia del 72. Dopo circa 10 mesi di follow up, la durata della risposta è stata di quasi 7 mesi e la sopravvivenza libera da progressione della malattia di circa 8 mesi. 

«Gli inibitori tirosin-chinasici dell’EGFR sono lo standard di cura per i pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule avanzato con mutazione di EGFR. Tuttavia, l'attività di questi agenti è limitata dallo sviluppo di meccanismi di resistenza acquisita», ha spiegato Pasi A. Jänne, direttore del Lowe Center for Thoracic Oncology presso il Dana-Farber Cancer Institute. «In questo studio, in cui i pazienti erano stati pesantemente pretrattati, l'efficacia è stata osservata in pazienti con e senza meccanismi di resistenza noti agli inibitori tirosin-chinasici contro EGFR, in una popolazione spesso difficile da trattare. Mirare a colpire l’HER3 con patritumab deruxtecan può essere una strategia nuova e promettente e non vediamo l'ora di valutare ulteriormente l'attività clinica e la sicurezza nello studio registrativo HERTHENA-Lung01».

«Le opzioni di trattamento che forniscono benefici terapeutici significativi sono limitate per i pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule con mutazione di EGFR, con progressione della malattia a seguito del trattamento standard con inibitori tirosin-chinasici contro EGFR e chemioterapia a base di platino. L’HER3 rappresenta un nuovo bersaglio per lo sviluppo terapeutico poiché è ampiamente espresso in questo tipo di cancro al polmone. Questi dati sono incoraggianti poiché hanno mostrato un profilo di sicurezza coerente con i risultati precedenti e la risposta a patritumab deruxtecan è stata osservata indipendentemente dal livello di espressione di HER3 o dal meccanismo di resistenza alle precedenti terapie», ha affermato Gilles Gallant, vice presidente senior e direttore globale dello sviluppo oncologico del dipartimento R&D di Daiichi Sankyo.