Car-T: l’ultima arma contro il cancro

Innovazione

Car-T: l’ultima arma contro il cancro

Prelevare i linfociti T dal paziente malato, armarli geneticamente e reintrodurli nell’organismo per combattere il tumore. Per ora i risultati sono ottimi
redazione

Il numero 5 è la maledizione di Stephan Grupp, un oncologo pediatra del Children’s Hospital of Philadelphia (Chop) in Pennsylvania. Perché quel numero lo obbliga a fare ciò che nessun medico vorrebbe mai fare: negare ai bambini malati di leucemia una nuova e promettente terapia sperimentale. Nella stessa situazione di Grupp, che può inserire al massimo 5 pazienti al mese nel trial clinico del proprio ospedale, si trovano molti altri specialisti negli Stati Uniti costretti a osservare i progressi di una cura contro il cancro senza poterli garantire a tutti. 

Si tratta della cosiddetta Car-T therapy, l’ultima frontiera della medicina personalizzata che ha dimostrato risultati molto incoraggianti in alcuni studi sui tumori del sangue, soprattutto leucemia e linfoma: tra il 60 e il 90 per cento dei pazienti sottoposti alla terapia, come ultima risorsa dopo il fallimento delle precedenti, hanno visto regredire o scomparire del tutto il tumore. 

Un trial cinese, appena presentato al meeting annuale dell’American Society of Clinical Oncology (Asco), ha ottenuto risultati analoghi, ma ancora tutti da confermare, anche su pazienti con mieloma multiplo. 

La Car-T rientra nella categoria dell’immuno-oncologia e, come le altre terapie di questo tipo, punta a combattere il cancro dall’interno, rafforzando il sistema immunitario. Ma la sua strategia d’attacco è innovativa: i linfociti T, cellule fondamentali nella risposta immunitaria, vengono isolati dal sangue del paziente e trasformati, attraverso tecniche di ingegneria genetica in armi ancora più potenti. Infine vengono introdotti nuovamente nel circolo sanguigno dove agiscono come soldati ben equipaggiati di un esercito in guerra a caccia del nemico. 

Una terapia che promette di essere molto efficace, ma che ha un rovescio della medaglia non da poco: la sua complessità e i suoi costi.

I linfociti, raccolti con un prelievo di sangue che dura un paio d’ore, vengono spediti in laboratori specializzati dove subiscono il “ritocco genetico”: un virus inattivo introduce nelle cellule immunitarie alcuni geni che “impongono” ai linfociti di posizionare sulla superficie una potente arma, un recettore, chiamato chimeric antigen receptor (Car), in grado di riconoscere le cellule cancerose e di legarsi ad esse per distruggerle. I linfociti mutati proliferano nel momento in cui si attaccano alla cellula malata, dopo averla riconosciuta. 

La sofisticata procedura però ha qualche inconveniente: richiede uno staff altamente qualificato, una cinquantina di persone tra medici e tecnici, e tecnologie all’avanguardia, che vogliono dire costi elevati, inoltre è piuttosto lunga.  Per avere il “nuovo sangue” i pazienti devono aspettare dalle 2 alle 4 settimane. 

L’entusiasmo dei medici e dei pazienti per la terapia Car-T deve fare in conti anche con i possibili effetti collaterali. Un sistema immunitario eccessivamente stimolato può rivolgersi contro l’organismo, provocando danni gravi e persino la morte. Tra gli effetti boomerang ci potrebbe essere, per esempio, la reazione allergica immunitaria chiamata "sindrome da rilascio della citochina" che può causare febbre alta, ridurre la pressione sanguigna e provocare gravi lesioni agli organi vitali. 

Per tutti questi motivi, costi, tempi, effetti collaterali, la Car-T non può essere offerta a qualunque paziente, né ora, nella fase di sperimentazione, ma forse neanche in futuro quando entreranno in commercio i nuovi farmaci. Come riportato da Science, infatti, molti ricercatori si chiedono se le aziende saranno pronte a rispondere all’alto numero di richieste previsto quando i loro prodotti verranno autorizzati al commercio. 

Per saperlo non bisognerà aspettare molto.  Entro la fine dell’anno potrebbero entrare nel mercato americano due terapie Car-T. L’Fda sta infatti completando le procedure di valutazione per un farmaco contro la leucemia linfoblastica acuta in età pediatrica sviluppato alla University of Pennsylvania e prodotto da Novartis e per uno messo a punto dal National Cancer Institute e dato in licenza a Kite Pharma per il linfoma non Hodgkin a grandi cellule B (Dlblc). 

I dati clinici sono incoraggianti per entrambi i prodotti: l’86 per cento dei piccoli pazienti è guarito dalla leucemia, il 36 per cento dei malati di linfoma ha sconfitto la malattia. 

 

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