Che fine ha fatto la storia delle trombosi da vaccino? Ecco cosa ne sappiamo finora

L’analisi

Che fine ha fatto la storia delle trombosi da vaccino? Ecco cosa ne sappiamo finora

Tra marzo e aprile scorso non si parlava d’altro che dei casi di strane trombosi tra i vaccinati di Astra Zeneca e Johnson&Johnson. Oggi non ne parla più nessuno. Ma nel frattempo che cosa si è scoperto? Non molto a dire il vero. Si sono fatte varie ipotesi, alcune più convincenti di altre

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Immagine: gencat cat, CC0, via Wikimedia Commons
di redazione

Il paziente giovane che lo scorso marzo si era presentato all’ospedale Queen Elizabeth Hospital di Birmingham con due condizioni cliniche fortemente contraddittorie, coaguli di sangue e livelli bassi di piastrine, sarebbe potuto restare a lungo il classico “strano caso” che toglie il sonno ai medici. Un grattacapo alla Dr.House, per intenderci. La formazione di trombi è inusuale in giovane età e molto raramente è associata a una riduzione delle piastrine. Ma nel giro di pochi giorni nello stesso ospedale sono state ricoverate altre due persone con la stessa rara combinazione di eventi: trombosi con piastronopenia. Tutti avevano ricevuto di recente il vaccino anti-Covid di Astra-Zeneca. I ricercatori di Birmingham, insospettiti dalla coincidenza, sono stati tra i primi a raccogliere informazioni su quella sindrome sconosciuta che da lì a poco avrebbe ricevuto una definizione ufficiale: trombocitopenia immune trombotica indotta da vaccino (VITT). Si tratta di un evento avverso estremamente raro osservato in un piccolo numero di persone vaccinate con i due vaccini a vettore virale Astra-Zeneca e Johnson & Johnson. Secondo lo studio condotto dall’Università di Birmingham e appena pubblicato sul New England Journal of Medicine si stima che l’incidenza della VIIT nelle persone vaccinate con Astra-Zeneca sia intorno a un caso su 100mila tra gli over 50 e a un caso su 50mila negli under 50. 

Ora si sta cercando di capire quale possa essere il meccanismo che che spiega l’associazione tra il vaccino e la trombocitopenia. Un approfondito articolo su Nature propone una sintesi delle ultime scoperte. Spoiler: non c’è la pistola fumante, ma solo una serie di ipotesi, alcune più convincenti di altre

L'insolita combinazione delle due condizioni, coaguli (sangue denso) con piastrine basse (indice di sangue fluido), ha ricordato agli ematologi la sindrome HIT, trombocitopenia indotta dall’eparina, che può svilupparsi in seguito a una reazione all’eparina, un farmaco anticoagulante. In questo caso il meccanismo scatenante è noto: talvolta l’eparina, una molecola caricata negativamente, si lega a una proteina caricata positivamente chiamata fattore piastrinico 4 (PF4) che viene prodotta dalle piastrine per promuovere la coagulazione. Può accadere che il sistema immunitario non riconosca questo complesso e reagisca  sviluppando anticorpi che lo attaccano. Come conseguenza si ha l’attivazione delle piastrine, la loro loro aggregazione e la diminuzione del loro numero. Un processo che può scatenare eventi trombotici. Il paziente presente coaguli di sangue in concomitanza a un livello basso di piastrine. 

Nel caso dei vaccini potrebbe accadere qualcosa di simile? L’ipotesi sembrerebbe credibile anche se non è stato facile poterla verificare. La maggiore difficoltà è stata raccogliere campioni di sangue di pazienti non contaminati da altri farmaci. In uno studio condotto su cinque campioni puri di pazienti con VIIT è stata in effetti osservata la presenza di anticorpi contro il PF4 che erano in grado di attivare le piastrine. 

Nel caso della HIT, l’elemento che si lega al PF4 scatenando la risposta immunitaria è l’eparina. Non è chiaro quale possa essere la componente del vaccino che si comporta allo stesso modo. 

I vaccini che sono stati associati alla VIIT sono entrambi a vettore virale, sfruttano cioè dei virus (adenovirus) inattivati per trasportare nelle cellule umane il materiale genetico che codifica per la proteina spike del coronavirus.  

Si è ipotizzato che alcune impurità rimaste nei vaccini nel corso del processo di produzione, come frammenti di Dna o proteine nel composto usato per far crescere il virus, possano interagire con PF4 per generare il complesso che poi viene preso di mira dagli anticorpi. 

C’è chi invece ritiene che la responsabilità delle reazioni avverse possa essere attribuita direttamente allo stesso adenovirus. Uno studio della Mayo Clinic ha dimostrato che l'adenovirus degli scimpanzé utilizzato nel vaccino Oxford-AstraZeneca ha una forte carica negativa. Le simulazioni molecolari suggeriscono che questa carica, combinata con sua la particolare forma, possa consentire al virus di legarsi alla proteina PF4 caricata positivamente innescando una reazione molto simile a quella scatenata dall’eparina. 

È vero che gli adenovirus prima di Covid-19 erano già stati usati in altri vaccini come quelli contro Ebola, senza provocare casi di VIIT, ma va precisato che i vaccini di Astra-Zeneca e Johnson&Johnson sono stati somministrati a una popolazione di gran lunga superiore.Trattandosi di eventi rari è normale aspettarsi che i casi emergano solo con grandi numeri. 

Se il problema fosse nell’adenovirus, non sarebbe per forza necessario rinunciare ai vaccini a vettore virale. Si potrebbero sviluppare virus adatti al trasporto con una ridotta carica negativa. L’adenovirus umano Ad26 usato da Johnson&Johnson per esempio ha una carica negativa inferiore rispetto all’adenovirus di scimpanzé usato da Astra-Zeneca. 

Il che potrebbe anche spiegare come mai sono stati segnalati meno casi di VIIT tra le persone vaccinate con J&J rispetto ad Astra-Zeneca e come mai non è stato registrato nessun caso tra le persone vaccinate con Sputnik. Il vaccino russo usa due adenovirus, Ad26 (lo stesso di J&J) e Ad5 anche questo con minore carica negativa. 

Un altro possibile fattore che potrebbe influenzare la sicurezza dei vaccini adenovirali, si legge sull’articolo di Nature, è la modalità con cui vengono somministrati. L’ipotesi è ancora tutta da verificare mancando dati certi a riguardo. Si ipotizza che se il vaccino venisse iniettato per errore direttamente nel flusso sanguigno invece che nel muscolo l'adenovirus potrebbe legarsi alle piastrine favorendo la formazione di coaguli. Se così fosse molti casi di VITT potrebbero essere evitati chiedendo ai vaccinatori di prelevare prima una piccola quantità di liquido dal sito di iniezione con la siringa per controllare la presenza di sangue prima dell’iniezione. La pratica è già inserita nelle linee guida ufficiali della Danimarca per la somministrazione del vaccino anti Covid-19.