Chirurgia. Per i pazienti fragili non esistono operazioni a basso rischio

I dovuti distinguo

Chirurgia. Per i pazienti fragili non esistono operazioni a basso rischio

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Quasi la metà dei pazienti più vulnerabili rischia di non sopravvivere a un intervento tanto frequente come una colecistectomia laparoscopica o simili.
di redazione

Chi ha paura di una colecistectomia? L’asportazione della cistifellea è una delle operazioni più eseguite al mondo: viene effettuata in laparoscopia, non c’è taglio, non c’è cicatrice, l’operazione dura poco e si torna a casa il giorno dopo. Tutto ciò vale nella maggior parte dei casi, ma non in tutti. Per i pazienti fragili, l’intervento mininvasivo che non spaventa nessuno può trasformarsi in un pericolo anche mortale. 

L’invito a fare i dovuti distinguo tra paziente e paziente e a ponderare i rischi delle operazioni minori per le persone più vulnerabili arriva da uno studio appena pubblicato su JAMA Surgery che ha esaminato i dati di 432mila persone sottoposte a chirurgia “minore” non cardiaca.

I ricercatori hanno osservato che tra i pazienti classificati come “fragili” si registravano tassi di mortalità molto più alti in seguito alle operazioni più “banali”. Addirittura il 43 per cento dei pazienti più vulnerabili rischia di non sopravvivere a un intervento tanto frequente come una colecistectomia laparoscopica o simili. 

«È stato dimostrato che la fragilità è un forte fattore predittivo di complicanze e decessi correlati all'intervento chirurgico, ma ciò che abbiamo osservato in questo studio è che i pazienti fragili hanno tassi allarmanti di decesso postoperatorio, non importa quanto minima sia la procedura chirurgica. Una colecistectomia laparoscopica è una delle operazioni più comuni che mi capita eseguire come chirurgo generale, e ora mi sento costretto a una pausa di riflessione per considerare che i pazienti fragili e molto fragili, circa il 10 per cento del nostro campione, anche  questa operazione può essere un grosso problema. I nostri dati indicano che non esistono procedure "a basso rischio" tra i pazienti fragili», ha dichiarato Myrick "Ricky" Shinall Jr., chirurgo generale presso il Vanderbilt University Medical Center e autore principale dello studio. 

Qual è l’identikit del paziente fragile? In poche parole, il paziente fragile è colui che rischia di ammalarsi seriamente per una minima minaccia che passerebbe inosservata a chiunque. 

Entrando più nel dettaglio, un paziente fragile è colui che ottiene punteggi preoccupanti nella scala di valutazione del rischio pre-operatorio (Risk Analysis Index), l’indice che monitora una serie di parametri, tra cui il peso, la funzionalità respiratoria, la forza muscolare, la capacità di svolgere semplici attività quotidiane in autonomia, (mangiare, vestirsi, lavarsi ecc…). 

Gli scienziati hanno analizzato i tassi di mortalità del campione preso in esame a 30, 90 e 180 giorni dall’intervento. Le operazioni chirurgiche sono state classificate in base allo stress fisico procurato ai pazienti secondo una scala di valutazione messa a punto per l’occasione, l’Operative Stress Score (Oss). Le procedure chirurgiche sono state divise in cinque categorie, dalle più “banali” (Oss1) alle più complesse (Oss5). 

L’8.,5 per cento di tutte le persone sottoposte a interventi chirurgici è rientrato nella categoria di “paziente fragile” e il 2,1 per cento in quella di “molto fragile”. 

I tassi di mortalità a 30 giorni per i pazienti fragili sottoposti alle operazioni di stress più basso e alle operazioni di stress moderato sono stati dell’1,55 per cento  e del 5,13 per cento rispettivamente, entrambi superiori al tasso di mortalità dell’1 per cento spesso utilizzato per definire la chirurgia ad alto rischio.

Per i pazienti molto fragili, i tassi di mortalità dopo procedure poco o moderatamente stressanti per l’organismo erano ancora più elevati, arrivando rispettivamente al 10,34 per cento e al 18,74 per cento. 

La mortalità continuava ad aumentare con il passare del tempo, raggiungendo la percentuale preoccupante del 43 per cento di pazienti molto fragili deceduti a 180 giorni da un intervento di complessità moderata. 

«Il maggior numero di di interventi chirurgici eseguiti negli ospedali sono quelli che causano un moderato stress operatorio e si prevede che tutte le procedure presso i centri di chirurgia ambulatoriale siano considerate a basso rischio di mortalità, ma i medici dedicano poco tempo a valutare se i loro pazienti possono effettivamente sopportare lo stress della chirurgia.  Vale la pena fermarsi a considerare la condizione di ogni paziente per determinare se si sia o meno fragile e, nel caso in cui lo fosse, adottare misure per mitigare i fattori che contribuiscono alla loro fragilità prima che sia programmato un intervento o rivalutare persino se sia il caso che si sottoponga  a una operazione», ha dichiarato in conclusione Shinall.