Così cala l’efficacia del vaccino. Rischio Covid cresce 3 mesi dopo la seconda dose

Lo studio real world

Così cala l’efficacia del vaccino. Rischio Covid cresce 3 mesi dopo la seconda dose

Uno studio sul BMJ condotto in Israele dimostra che a partire dal 90esimo giorno dalla seconda dose il livello di protezione del vaccino Pfizer diminuisce gradualmente e il rischio di infezioni aumenta con il passare del tempo. La terza dose appare quindi giustificata

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Immagine: U.S. Secretary of Defense, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

La terza dose è giustificata dai dati. A dirlo, suggerendo anche la tempistica della somministrazione, sono i ricercatori del Research Institute of Leumit Health Services in Israele, che hanno appena pubblicato sul British Medical Journal i risultati di uno studio sulla durata della protezione del vaccino Pfizer-BioNTech: il rischio di infettarsi aumenta gradualmente a partire dal 90esimo giorno successivo alla seconda dose. Se si osservasse in time-lapse la risposta immunitaria post-vaccino la si vedrebbe affievolirsi sempre di più con il passare del tempo. 

Israele, almeno per quanto riguarda il vaccino Pfizer, è la fonte più affidabile e completa dei dati del real world, informazioni fondamentali per scoprire l’impatto effettivo del vaccino sulla trasmissione del virus. Inoltre i dati di Israele arrivano in anticipo rispetto a tutti gli altri. Perché il Paese mediorientale è stato uno dei primi Paesi al mondo ad avviare una campagna di vaccinazione di massa nel dicembre 2020. In pochi mesi più della metà dell’intera popolazione era già completamente vaccinata. Ma, dopo un periodo in cui il virus sembrava sparito, a partire da giugno 2021 si è assistito a un aumento dei casi positivi. I ricercatori del Leumit Health Services hanno avviato uno studio su larga scala per misurare l’associazione tra il tempo trascorso dalla seconda dose e il rischio di prendersi Covid-19. 

La ricerca si è basata sui dati di 80mila adulti dall’età media di 44 anni, mai infettati, che si erano sottoposti a un test molecolare almeno tre settimane dopo la seconda dose del vaccino. Il 9,6 per cento del campione (circa 8mila individui) era risultato positivo. Dal confronto con il gruppo di controllo costituito da persone della stessa età che nello stesso periodo avevano avuto un risultato negativo è emerso che il tasso dei casi positivi aumentava con il passare del tempo dalla seconda dose. Per esempio: tra i 21 e gli 89 giorni dopo la seconda dose la percentuale dei test positivi era dell’1,3 per cento, dopo 90-119 giorni saliva al 2,4 per cento, dopo 120-149 arrivava al 4,6 per cento e così via fino a raggiungere il 15,5 per cento dopo 180 giorni. 

In base a questi dati gli scienziati hanno calcolato il rischio di infezione. 

Rispetto ai primi 90 giorni dalla seconda dose, il rischio di infezione in tutti i gruppi di età era 2,37 volte più alto dopo 90-119 giorni, 2,66 volte superiore dopo 120-149 giorni e aumentava di 2,82 volte dopo 150-179 giorni e di 2,82 volte dopo 180 giorni o più.

I ricercatori riconoscono di non poter escludere che altri fattori abbiano influenzato il risultato come la circolazione di nuove varianti, ma sono convinti che lo studio, uno dei più ampi condotti su una popolazione vaccinata con un unico prodotto, fornisca informazioni affidabili sulla protezione a lungo termine del vaccino Pfizer-BioNTech.  

In conclusione, i ricercatori avvertono che dopo 90 giorni dalla seconda dose il livello di protezione si abbassa gradualmente e il rischio di infezioni “breakthrough” aumenta progressivamente. 

«L’interpretazione dei risultati dello studio è limitata dal suo disegno osservazionale, ma i risultati suggeriscono che potrebbe essere giustificata la considerazione di una terza dose di vaccino», scrivono i ricercatori in conclusione.