Covid-19. Cosa sappiamo sui test diagnostici

L’analisi

Covid-19. Cosa sappiamo sui test diagnostici

Quelli rapidi promettono di essere i game changer nella gestione dell'epidemia. Ma ogni tipo di test è utile purché sia utilizzato per lo scopo giusto.

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Il tampone e i test rapidi antigienici valutano l’infezione nel “qui e ora". I test sierologici raccontano la storia passata del contagio. Immagine: www.vperemen.com / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)
di redazione

Positivo o negativo, il risultato arriva in pochi minuti, mezz’ora al massimo. È l'ultima frontiera dei test rapidi per la ricerca di Sars-Cov2, quelli utilizzati per intenderci negli aeroporti italiani e di molti altri Paesi, e c'è qualcuno che già scommette che saranno proprio loro a segnare una svolta nel controllo dell’epidemia.

È così?

C’è chi li critica perché non hanno una sensibilità perfetta, ossia può sfuggirgli qualche caso positivo (la capacità di individuare i contagiati è intorno all’80-85%). Ma c’è chi risponde che sono perfettamente in grado di riconoscere i casi di infezione acuta, quelli con la carica virale più alta e quindi più contagiosi, poco importa se rischiano di lasciare a piede libero persone con piccole tracce del virus che molto probabilmente non faranno danni. Ma qual è la quantità di virus in circolo considerata non rischiosa? Quando cioè una persona infetta può essere definita non contagiosa? In tale incertezza non è meglio affidarsi al caro vecchio tampone?

Il dibattito è aperto ed è su scala globale. 

Un esaustivo articolo su Nature ha provato a mettere ordine in quel che sappiamo e cosa ci possiamo aspettare.

Cominciamo con la classificazione dei test: possono essere divisi in diagnostici (che valutano l’infezione nel “qui e ora”) e quelli basati sugli anticorpi (che raccontano la storia passata del contagio). Della prima categoria fanno parte i test rapidi e i test molecolari (i tamponi) eseguiti su campioni di saliva e muco, della seconda i test sierologici che richiedono il prelievo del sangue. 

A gaurdar bene sono indagini complementari: non ce n'è uno migliore degli altri. Ogni strumento ha la sua utilità. Dipende solo da cosa che ci si prefigge. Si vuole eliminare il grosso del rischio individuando velocemente le persone maggiormente infette? I test rapidi sono quello che serve. Si vogliono scoprire tutti i casi di infezione? Ci vogliono i tamponi molecolari. Si vuole sapere se una persona è entrata in contatto con il virus per eseguire un’indagine epidemiologica? I test sierologici rispondono a questa esigenza. Vediamoli con ordine.

Test rapidi, pro e contro

Sul mercato ne esistono già diversi. In Italia è stato appena annunciato il nuovo strumento diagnostico di Menarini: un test rapido che calcola anche la carica virale dell’infezione. Negli Usa la Food and Drug Administration (FDA) ha da poco approvato il kit BinaxNOW prodotto da Abbott capace di dare risultati in 5 minuti (costa solo 5 dollari). Funzionano tutti allo stesso modo: un tampone preleva campione di muco o saliva dal naso o dalla gola (sono stati annunciati anche test salivari con lo sputo), il materiale viene poi sottoposto immediatamente ad un’analisi per la ricerca degli antigeni, specifiche proteine presenti sulla superficie del virus che possono essere riconosciute da componenti "complementari" del sistema immunitario. La presenza del virus viene quindi scoperta individuando una sua parte.Il risultato arriva in pochi minuti, entro mezz’ora al massimo. Non c’è bisogno di inviare il materiale ad un laboratorio, tutta l’indagine si svolge nello stesso luogo. 

Gli argomenti a favore di questa strategia sono tre: la rapidità del risultato, i bassi costi della procedura e la possibilità di sottoporre a screening un elevato numero di persone. La critica è una sola: non sono altamente sensibili. 

In un test diagnostico la sensibilità viene definita come la capacità di identificare correttamente i soggetti ammalati. Un test con ottima sensibilità è a basso rischio di falsi negativi. Nei test rapidi per Covid-19  la sensibilità è di circa l’85 per cento. I casi di infezione più acuta vengono catturati, ma possono sfuggire quelli con carica virale più bassa. 

Alcuni scienziati, tra cui Andrea Crisanti dell’Università di Padova ritengono che l’impiego dei test rapidi non sia l’ideale quando si tratta di tenere sotto controllo diversi focolai perché c’è il rischio che qualche persona infetta riceva un risultato negativo e a sua insaputa infetti altre persone. I test rapidi, chiamati anche antigenici, in effetti non competono per sensibilità con i test molecolari. Sia l’OMS che i CDC statunitensi invitano a eseguire l’indagine molecolare nel caso in cui una persona risultata negativa ai test antigenici sviluppi sintomi sospetti. 

I test molecolari 

Sono quelli che vengono comunemente chiamati “tamponi”. L’infezione viene individuata grazie all’analisi dell’Rna virale attraverso la tecnica della reazione a catena della polimerasi (Pcr), una tecnica di biologia molecolare che è valsa il Premio Nobel per la Chimica a Kary Mullis e che consente di ottere una quantità di materiale genetico sufficiente per le analisi partendono da poche copie di Dna o Rna. 

Le risposte arrivano dopo circa 24-48 ore. Il virus in questo caso non ha scampo. Se è presente non sfugge all’esame: la sensibilità è molto vicina al cento per cento. 

I test molecolari, insomma, se ben eseguiti, non sbagliano un colpo. L’unica critica che gli si può rivolgere è che siano “troppo bravi”: una persona può risultare positiva anche quando nel suo organismo ci sono solo deboli (e innocue?) tracce del virus. Un test molecolare può rilevare una singola molecola di Rna in un microlitro di soluzione, i test antigenici richiedono che un campione contenga decine di migliaia di particelle virali per microlitro per produrre un risultato positivo. 

Utilizzare i test molecolari per screening di massa è praticamente impossibile. I costi sono eccessivi e la procedura è complessa. Solo pochi Paesi al mondo, tra cui Corea del Sud e Nova Zelanda, hanno puntato su un uso massiccio dei test molecolari. Altrove, Italia compresa, il tampone è riservato ai casi selezionati indicati generalmente dal medico di famiglia.

I test sierologici

Non è la diagnosi il loro obiettivo. I test sierologici si eseguono su un campione di sangue e si basano sulla ricerca degli anticorpi (le immunoglubuline IGm e IGg) che si sviluppano da chi è entrato a contatto con il virus. Raccontano il passato non il presente. Un risultato positivo è indicativo di un contatto con il virus. I test sierologici sono utili soprattutto per le indagini epidemiologiche. Ma sono poco o per niente utili per la diagnosi. Per diverse ragioni, ma soprattutto per una: la risposta del sistema immunitario avviene infatti dopo alcuni giorni dal contatto con il virus. Ciò significa che una persona con esame sierologico negativo potrebbe essere nei primi giorni dell'infezione, proprio quando è massima la sua contagiosità. 

Repetita iuvant

Tornando ai test rapidi, sembra effettivamente che il loro utilizzo possa rappresentare un game changer e incidere in quei contesti molto frequentati - scuole, ospedali, università - in cui l'uso del tampone sarebbe troppo dispendioso da renderlo realistico. Anche perché le soluzioni per minimizzare il maggior difetto di questa strategia, la relativamente bassa sensibilità, non mancano: è stato osservato infatti che anche un test rapido poco sensibile ripetuto due volte a settimana è più efficace nel ridurre la diffusione del virus Sars-Cov-2 di un test altamente sensibile effettuato ogni due settimane. Almeno così dimostrano i risultati preliminari di uno studio condotto dai ricercatori dell’Harvard T. H. Chan School of Public Health in Boston, Massachusetts ancora in fase di revisione. Se l’obiettivo è quello di controllare il più possibile la diffusione del virus negli ambienti riaperti al pubblico, i test rapidi ripetuti sembrano dunque la strada da preferire.

E se ci fosse un test fai da te?

il passo successivo potrebbero poi essere i kit per l’autodiagnosi: il cittadino lo acquista in farmacia e lo esegue a casa propria senza consultare alcun medico. Si pensi qunto potrebbe utile nel caso dei bambini tenuti a casa con qualche linea di febbre sapere, senza troppe complicazioni, se si tratta di un banale malanno di stagione o di Covid. 

Alcune azienda già ci stanno lavorando. Ma per il momento la loro applicazione non sembra immediata.