Covid-19. Possibile alterazione degli spermatozoi e infiammazione testicolare. Per l'attività sessuale post-infezione, bisogna aspettare due tamponi negativi

Società di Urologia

Covid-19. Possibile alterazione degli spermatozoi e infiammazione testicolare. Per l'attività sessuale post-infezione, bisogna aspettare due tamponi negativi

di Michele Musso

Il Coronavirus nel liquido seminale, riscontrata nel 15% dei pazienti con COVID-19, può causare alterazioni nella produzione degli spermatozoi e nella funzione endocrina dei testicoli. Può inoltre determinare un’infiammazione su base vascolare che provoca gli stessi sintomi dell’orchite: dolore, vistoso gonfiore del testicolo e arrossamento dello scroto. E, a lungo termine, può creare le condizioni per un ipogonadismo, con conseguente ridotta produzione di testosterone.

Sono le principali conseguenze urologiche per i pazienti maschi colpiti da COVID-19, secondo i dati preliminari di uno studio che la Società italiana di urologia (Siu) sta conducendo per valutare le alterazioni ormonali e della spermatogenesi nei pazienti con COVID-19.

Richiede invece ancora ampia validazione scientifica l’ipotesi per cui il virus nel liquido seminale potrebbe anche svolgere un ruolo nell’infezione e nella trasmissione della malattia. Se si è stati contagiati, raccomanda la Siu, per riprendere l’attività sessuale è necessario attendere due tamponi negativi consecutivi.

«In questa fase preliminare, fatte salve le dovute prudenze scientifiche - spiega Roberto Scarpa, presidente della Siu – la presenza del Coronavirus nel liquido seminale è una delle grandi questioni da affrontare. Alcuni studi farebbero pensare a un possibile coinvolgimento del testicolo nel corso dell’infezione, probabilmente mediato da un’infiammazione locale e/o sistemica che potrebbe consentire a un'alta carica virale di superare la barriera emato-testicolare. A oggi sono ancora poche le indagini condotte e pochi i campioni di pazienti coinvolti, per accertare la presenza del virus nel liquido seminale. Anche i risultati ottenuti fin qui sono contrastanti. I dati attualmente a disposizione non hanno dunque una validità scientifica oggettiva. Tuttavia, come per tutte le conseguenze post-COVID in generale, vanno considerati come una base di partenza in attesa di studi più ampi e attendibili che sono già in corso».

È escluso, invece, ogni nesso con altre patologie relative alla salute sessuale maschile. Come spiega Walter Artibani, segretario generale della Siu, «non c’è alcun meccanismo fisio-patologico che colleghi COVID-19 alla disfunzione erettile, per esempio, che dipende piuttosto da differenti fattori ormonali».

Quanto alla ripresa di una normale attività sessuale post-COVID, «in mancanza di dati certi sul rischio di contagio, bisogna attendere di essere risultati negativi al tampone di controllo per due volte consecutive – avverte Rocco Damiano, dell’Ufficio Risorse e comunicazione della Siu - e tenere conto che, al momento, non esiste alcun report sulla trasmissione del virus da spermatozoi a ovociti, non si segnala nessuna trasmissione sessuale e dunque l’infezione non può oggi essere classificata come sessualmente trasmissibile. Il virus si trasmette però efficacemente attraverso i baci».