Covid-19: verso test sierologici in grado di identificare anche la risposta immunitaria invisibile

Il test

Covid-19: verso test sierologici in grado di identificare anche la risposta immunitaria invisibile

Un nuovo test appena autorizzato dalla FDA si basa sulla ricerca delle linfociti T che danno informazioni più dettagliate sulla risposta immunitaria dopo la malattia o il vaccino. L’esame aiuterà a capire quanto i vaccini proteggono dal virus e dalle varianti

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Immagine: Marco Verch / Flickr (https://www.flickr.com/photos/160866001@N07/43389374360)
di redazione

Nella nuova fase della pandemia, quella in cui molte persone si sono infettate e molte altre sono state vaccinate, l’attenzione della scienza è tutta rivolta alla risposta immunitaria. Quanto dura la protezione dopo la malattia o il vaccino e le difese acquisite sono efficaci contro la varianti del virus? È in arrivo una nuova generazione di test sierologici capaci di rispondere a queste domande in maniera più precisa di quanto è stato possibile fare finora. 

Un test, appena approvato per uso emergenziale dalla Food and Drug Administration, per esempio, “cattura” i linfociti T della memoria, un gruppo di cellule immunitarie che vengono attivate dall’infezione o dal vaccino e che restano nell’organismo più a lungo rispetto agli anticorpi.  

Questo esame (il cui nome commerciale è T-Detect, un nome che già spiega tutto) non serve quindi per diagnosticare un’infezione in corso, cosa che avviene solo con i tamponi rapidi o molecolari, ma per valutare l’eventuale esposizione al virus in passato e conoscere il livello di protezione acquisito. 

Finora queste informazioni si ottenevano esclusivamente con la ricerca degli anticorpi neutralizzanti. Il nuovo test messo a punto dalla Adaptive Biotechnologies aggiunge un tassello in più per avere un quadro più completo delle difese contro il virus. 

L’esame consiste in un’analisi piuttosto complessa del campione di sangue (in caso di infezione almeno 15 giorni dopo la comparsa dei sintomi) che richiede dai 7 ai 10 giorni per poter essere completata. 

La procedura si basa sull’analisi ad ampio spettro delle sequenze del Dna dei linfociti T in cerca di quelli modificati dalla risposta adattativa a SARS-CoV-2 indicativi di una precedente infezione (o di una vaccinazione). Nello studio di valutazione dell’efficacia del nuovo test, l’esame ha raggiunto il 97,1 per cento di sensibilità (capacità di individuare i casi positivi) e 100 per cento di specificità (capacità di riconoscere i casi negativi). E dato che le risposte dei linfociti T durano più a lungo delle risposte anticorpali, il test permette di avere una finestra più ampia per stabilire se un individuo è stato infettato o meno.

Il nuovo strumento diagnostico è stato messo a punto dopo aver raccolto una grande quantità di cellule T da pazienti guariti da Covid e dopo averne selezionato le caratteristiche genetiche comuni grazie a sistemi di intelligenza artificiale.

Un’applicazione immediata del test consisterà nel monitorare l'efficacia dei vari vaccini anche contro le varianti. 

Gli studi sulle persone guarite da Covid sembrano indicare che le cellule immunitarie T restino attive contro le varianti B1.1.7, B.351 e B.1.1.248 (inglese, sudafricana e brasiliana). 

«Uno dei limiti dei test anticorpali tradizionali, esami del sangue che cercano anticorpi contro SARS-CoV-2, è che gli anticorpi diminuiscono nel tempo, il che significa che dopo un po’ potrebbe non essere più possibile rilevare se si ha avuto precedentemente il virus. Anche le cellule T diminuiscono nel tempo, ma rimangono nel corpo molto più a lungo degli anticorpi. Il test dei livelli di cellule T in risposta a COVID-19 può quindi essere un importante complemento al test degli anticorpi per identificare infezioni recenti o meno. E, cosa importante, i linfociti T possono anche aiutarci a comprendere meglio l'immunità e la protezione dall'infezione naturale o da un vaccino. Ciò è particolarmente importante quando compaiono nuove varianti e la popolazione inizia a essere vaccinata», spiegano i ricercatori della Adaptive Biotechnologies, l'azienda che ha sviluppato il test.