Se per curare il cervello bisogna colpire l’intestino

La scoperta

Se per curare il cervello bisogna colpire l’intestino

È una malattia poco nota che si chiama encefalopatia epatica ma che porta circa 9 mila persone in ospedale ogni anno. Provoca danni cerebrali causati dall’incapacità del fegato di ripulire le tossine

di redazione

A un profano può apparire incomprensibile: perché usare un antibiotico che non viene assorbito dall'organismo per curare l'intestino o, più precisamente, il suo microbiota, con lo scopo di contrastare una patologia grave che all'inizio provoca cali dell'attenzione, difficoltà di concentrazione e deficit delle abilità spaziali per arrivare poi a veri e propri deficit cognitivi, confusione, difficoltà a svolgere lavori manuali di precisione, alterazione dei comportamenti fino alla violenza e, infine, al coma? 

Insomma, che c'entra l'intestino con il cervello? 

C'entra. C'entra perché stiamo parlando di una malattia che si chiama encefalopatia epatica (Ee), poco nota, ma che può costare cara a malati e sistema sanitario e porta a circa 9 mila ospedalizzazioni all’anno in Italia. È provocata da edema e danni cerebrali che si verificano quando il fegato non è più in grado di ripulire dalle tossine (in particolare l'ammoniaca) il sangue trasportato dalla vena porta, cioè quello che affluisce dal tratto digerente, dal pancreas e dalla milza.

Prognosi infausta 

A correre il rischio di sviluppare la malattia sono le persone con cirrosi epatica: si stima infatti che circa la metà dei pazienti cirrotici ne venga colpito. Non solo. È stato osservato che dopo il primo episodio di encefalopatia epatica conclamata la prognosi peggiora rapidamente: chi non viene trattato con un trapianto di fegato nel 56% dei casi non sopravvive più di un anno dopo il primo evento e ha un tasso di sopravvivenza a tre anni di appena il 23%. Per questo l'American Association for the Study of Liver Diseases raccomanda che i pazienti con cirrosi già alla prima manifestazione della malattia debbano essere inseriti in lista di attesa per il trapianto di fegato. Purtroppo, poi, l'Ee è anche una condizione recidivante: una volta che si verifica il primo evento, è molto probabile che ne seguano altri e che lo facciano a intervalli di tempo sempre più brevi.

Conoscere per prevenire. Ecco spiegate le ragioni per le quali, anche in questo caso, l'informazione diventa cruciale: solo sensibilizzando i pazienti, i loro familiari e i medici e spiegando all'opinione pubblica cosa è e quali sono i sintomi dell'Ee si riuscirà a trattarla e prevenirla in maniera adeguata, facendo guadagnare ai malati in salute e risparmiare il sistema sanitario nazionale. Lo hanno spiegato oggi rappresentanti delle associazioni di pazienti e specialisti durante un workshop a Milano dedicato alla sensibilizzazione sull'encefalopatia epatica, una delle conseguenze della malattia epatica cronica.

Purtroppo «lo spettro dei sintomi è talmente vasto che spesso vengono scambiati per qualcosa di diverso» osserva Erica Villa, direttore della Gastroenterologia dell'Azienda ospedaliero-universitaria di Modena. «Si tratta spesso di pazienti anziani – precisa - e già malati da tempo. Stati confusionali, irritabilità o cambiamenti di umore possono essere causati anche dall'invecchiamento. Ma esistono test neuropsicologici che possono dare la certezza della diagnosi».

È importante, dopo il primo attacco, adottare una corretta strategia di prevenzione delle recidive. «Oggi possiamo prevenire le ricadute agendo sui fattori di rischio come alimentazione, farmaci assunti e stile di vita – interviene Antonio Gasbarrini, direttore dell’Unità di Medicina interna e gastroenterologia del Policlinico Gemelli di Roma - ma anche trattando i pazienti in modo da ristabilire l'equilibrio del microbiota intestinale. E questo si può fare grazie a rifaximina, un antibiotico che non viene assorbito dall'organismo e pertanto generalmente ben tollerato».

Cura e prevenzione 

Attualmente il trattamento farmacologico di prima linea è rappresentato dal lattulosio, uno zucchero che non viene assorbito dall'organismo e agisce sia sulla flora batterica intestinale sia sul metabolismo dell'ammoniaca. Un trattamento più innovativo che, insieme al lattulosio, è l'opzione terapeutica attualmente più utilizzata nel mondo, è la rifaximina, l’unico antibiotico registrato nel mondo che si è dimostrato efficace nella prevenzione delle recidive di episodi di Ee. È un antibiotico non assorbibile che inibisce la crescita della flora intestinale produttrice di ammonio; risulta ben tollerata dai pazienti (proprio in virtù del fatto che viene assorbita molto poco dall'organismo) e ha un basso rischio di selezionare batteri resistenti.

La prevenzione dell'encefalopatia epatica si traduce anche in un risparmio per il sistema sanitario nazionale: uno studio condotto dall’Università Cattolica insieme al consorzio interuniversitario Cineca ha dimostrato che ogni paziente ricoverato per un attacco acuto costa, nell'anno successivo al ricovero, più di 13 mila euro. E se in questi 12 mesi viene portato nuovamente in ospedale, come spesso accade, il costo sale a 21 mila euro.

«Se i pazienti e i loro caregiver fossero adeguatamente informati sull'encefalopatia epatica potrebbero parlarne con il proprio medico non appena i primi sintomi insorgono – commenta Massimiliano Conforti, vicepresidente dell'associazione EpaC Onlus - e non li sottovaluterebbero. I pazienti epatici vogliono avere a disposizione tutti gli strumenti, informativi e terapeutici, per vivere al meglio la loro condizione».

«Non dobbiamo sottovalutare le implicazioni, a volte molto pesanti per il malato e per la sua famiglia, di una condizione clinica poco nota ma diffusa come l’Encefalopatia Epatica» esorta infine Pier Vincenzo Colli, direttore generale di Alfa Wassermann. «Anche perché si tratta di una patologia la cui ricaduta può essere prevenuta con successo – aggiunge - grazie soprattutto all’utilizzo appropriato di trattamenti specifici». Il trattamento, già approvato dalla Fda statunitense, dovrebbe essere disponibile per i pazienti italiani entro i primi mesi del prossimo anno.