Curare la tachicardia ventricolare con la radioterapia

La proposta

Curare la tachicardia ventricolare con la radioterapia

Per ora ci sono risultati promettenti su 5 pazienti
redazione

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La tachicardia ventricolare spesso ha origine in seguito a un attacco di cuore e si forma quando nel periodo di guarigione le cicatrici del tessuto interrompono la corretta trasmissione dei segnali elettrici.

Curare la tachicardia ventricolare con la radioterapia. La nuova strategia terapeutica presentata sulle pagine del New England Journal of Medicine è stata testata su cinque pazienti con promettenti risultati. Lo studio è di piccole dimensioni, ma ha già attirato l’attenzione della comunità scientifica per l’evidente vantaggio proposto: la terapia non è invasiva, le aritmie vengono corrette dall’esterno senza intervento chirurgico.

Tutti e 5 i pazienti coinvolti nella sperimentazione non avevano risposto alle tradizionali cure, dai farmaci, all’ablazione trans-catetere, e insieme avevano collezionato 6.500 episodi di tachicardia ventricolare nei tre mesi precedenti, con una media di 1.315 attacchi a testa (un minimo di 5 a un massimo di 4.300). Tre di loro avevano impiantato un defibrillatore interno che interviene con provvidenziali scariche elettriche per regolarizzare il ritmo delle pulsazioni quando diventa frenetico. 

La possibilità di calmare il cuore impazzito ricorrendo alla radioterapia, generalmente usata in ambito oncologico, è stata accolta da tutti loro come una inattesa speranza di guarigione

Seguendo le anomalie dei segnali elettrici con tecniche di imaging elettrocardiografico, gli scienziati sono riusciti a indirizzare le radiazioni verso le specifiche aree del cuore dove hanno origine le aritmie. Per i radiologi si tratta di un rivoluzionario cambio di paradigma: la radioterapia sterotassica è stata fino a oggi impiegata per la cura dei tumori e la maggior preoccupazione dei tecnici è sempre stata quella di proteggere gli altri organi dalle radiazioni. 

Ora Phillip S. Cuculich, principale autore dello studio e i suoi colleghi, invitano proprio a puntare i raggi contro il cuore per porre fine alle pericolose accelerazioni del battito cardiaco responsabili di 300mila morti ogni anno negli Stati Uniti.

La tachicardia ventricolare spesso ha origine in seguito a un attacco di cuore e si forma quando nel periodo di guarigione le cicatrici del tessuto interrompono la corretta trasmissione dei segnali elettrici. Oltre ai farmaci, la strada più percorsa è quella dell’ablazione trans-catetere con la quale vengono uccise le cellule del tessuto dove si origina il corto circuito. Ma la procedura, lunga anche più di 6 ore,  può essere rischiosa per i pazienti con altri problemi di salute e a volte non è risolutiva. Il rischio di recidive è alto: le aritmie possono ripresentarsi forti come prima nei primi mesi dopo l’operazione. La radioterapia invece non è invasiva e sembrerebbe avere buoni risultati che migliorano con il tempo.

Nei sei mesi successivi alla radioterapia il numero totale degli episodi di tachicardia si è ridotto di quasi dieci volte passando da 6.500 a 680 e  durante l’anno successivo è andata ancora meglio: i 5 pazienti hanno avuto in tutto 4 episodi di tachicardie, con due di loro senza aver mai provato alcuna accelerazione anomala del battito. Ancora è presto per poter considerare la radioterapia un’arma vincente contro la tachicardia ventricolare. Sono necessari ulteriori studi per monitorare l’impatto a lungo termine del trattamento valutandone anche gli effetti collaterali sul cuore come su altri organi. 

I ricercatori ci tengono a precisare che il ricorso alla radioterapia è stato proposto solamente a pazienti gravemente malati che, dopo averle provate tutte, non avevano più alternative. Non è ancora il caso di considerare la radioterapia una possibilità di cura per pazienti più giovani e più sani, né una strategia di cura standard.