Depressione: la risonanza magnetica aiuta a individuare la terapia giusta

Medicina personalizzata

Depressione: la risonanza magnetica aiuta a individuare la terapia giusta

Vale per la depressione quel che vale per le altre malattie. Le caratteristiche biologiche dei singoli pazienti condizionano la riuscita delle cure. E le scansioni cerebrali aiutano a scegliere la terapia giusta per il paziente giusto: pillole per alcuni, colloqui con lo psicologo per altri
redazione

Nel nuovo corso della medicina non esistono più cure universali valide per tutti. La parola d’ordine è “personalizzare”: la terapia giusta al paziente giusto. Vale anche per il trattamento dei disturbi mentali. In questo caso, né più né meno che per altre patologie come il cancro, l’obiettivo è individuare il rimedio più efficace per ogni singolo malato. Prendiamo ad esempio la depressione: meglio gli psicofarmaci o la psicoterapia? Per qualcuno sono più indicate le pillole, per altri i colloqui con lo psicologo. Secondo i ricercatori della Emory University negli Stati Uniti i medici potrebbero servirsi delle immagini cerebrali della risonanza magnetica per decidere, a monte, il percorso terapeutico più indicato per ogni paziente.  Le scansioni del cervello, infatti, mostrano segnali rivelatori delle risposte individuali alle cure.  E non è un caso che lo studio, pubblicato sull’American Journal of Psychiatry, si chiami “Predict”. 

I ricercatori hanno reclutato un gruppo di pazienti che soffrivano di depressione e li hanno sottoposti all’esame con la risonanza magnetica funzionale all’inizio dello studio. I partecipanti poi sono stati indirizzati in maniera casuale alle cure farmacologiche o alla terapia cognitivo-comportamentale.

Analizzando le scansioni cerebrali, i ricercatori sono riusciti a individuare un segnale rivelatore della terapia migliore, quella che garantisce i risultati sperati. Tutto dipenderebbe dal grado di connettività funzionale tra un importante centro di elaborazione delle emozione (la corteccia cingolata subcallosa) e altre tre aree del cervello. Più specificatamente, i pazienti che mostrano un alto grado di connettività hanno maggiori probabilità di guarire dalla depressione con la terapia psicologica, mentre gli altri, con attività connettiva scarsa o nulla sono più reattivi ai farmaci antidepressivi.  

«Non tutte le depressioni sono uguali - spiega Helen Mayberg, docente di psichiatria alla Emory University School of Medicine, a capo dello studio - e come accade per i diversi tipi di cancro, anche i diversi tipi di depressione dovrebbero richiedere trattamenti differenti. Usando queste scansioni possiamo associare un paziente alla terapia che ha maggiori probabilità di funzionare per lui, evitando quelle che hanno meno possibilità di riuscita»

Attualmente le linee guida per il trattamento della depressione maggiore invitano i medici a prendere in considerazione le preferenze dei pazienti per l’una o l’altra strada, farmaci o psicoterapia. È una questione di rispetto che però a poco a che fare con il successo della cura, dicono i ricercatori americani. Infatti nel loro studio i risultati della terapia sono stati solo debolmente influenzati dalle simpatie dei pazienti. Non è così che si ottengono cure personalizzate.  A pesare molto di più sono le caratteristiche biologiche delle persone che si sottopongono alle terapia per la depressione, queste sì sono veramente in grado di condizionarne l’esito.

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