Dopo l’infarto una terapia più aggressiva salva la vita (specie se si ha il colesterolo alto)

Dopo l’infarto una terapia più aggressiva salva la vita (specie se si ha il colesterolo alto)

redazione

I pazienti con sindrome coronarica acuta recente (per esempio un infarto), anche quando stanno assumendo la terapia più efficace (le statine al massimo dosaggio) possono trarre ulteriori benefici, riducendo il rischio del ripetersi di eventi cardiovascolari e morte, passando a alirocumab (Praluent), un farmaco di nuova generazione appartenente alla categoria degli inibitori della PCSK9 in grado di ridurre drasticamente i livelli di colesterolo “cattivo” in circolazione nel sangue.

È quanto emerge da uno studio clinico (denominato Odyssey Outcomes) condotto su più di 18 mila pazienti e presentato nel corso del 67° congresso annuale dell’American College of Cardiology tenutosi fino al 12 marzo a Orlando, in Florida.

«Oggi abbiamo solide evidenze a sostegno dell’utilizzo di alirocumab a seguito di un evento di sindrome coronarica acuta. Questo inibitore della PCSK9 ha, infatti, dimostrato di ridurre ulteriormente il rischio cardiovascolare residuo anche in pazienti già trattati con la migliore terapia disponibile», ha detto il presidente della Fondazione dei cardiologi ospedalieri ANMCO Michele Gulizia

Nel dettaglio, lo studio ha valutato l’efficacia di alirocumab nel prevenire eventi cardiovascolari maggiori (infarto, ictus ischemico, morte per malattia coronarica oppure ospedalizzazione per angina instabile) in 18.924 pazienti che avevano già avuto una sindrome coronarica acuta nell’anno precedente. Questi pazienti erano già in trattamento con la dose massima tollerata di statine; a questa è stato aggiunto o il trattamento con alirocumab o un placebo. 

A circa 3 anni dall’inizio della sperimentazione (che ha consentito di portare i livelli di colesterolo LDL tra 25 e 50 mg/dL nel gruppo in trattamento con il nuovo farmaco) si è osservato  che i pazienti trattati con alirocumab presentavano un rischio del 15% più basso di andare incontro a un evento cardiovascolare maggiore; analoga la riduzione del rischio di mortalità per tutte le cause. Questa riduzione, però, sfiorava il 30% nei pazienti che avevano livelli iniziali di colesterolo LDL di almeno 100 mg/dL.

«I risultati dello studio sono in linea con i precedenti studi sulle statine, e dimostrano che si ottiene un maggior beneficio in pazienti con livelli di colesterolo al basale più elevati», ha commenta George D. Yancopoulos, president and chief scientific officer di Regeneron. «Molti pazienti che sono sopravvissuti a un recente infarto o a un altro evento coronarico non riescono a ridurre il livello di colesterolo LDL al di sotto di 100 mg/dL e hanno urgente bisogno di nuove opzioni terapeutiche, avendo un maggior rischio di incorrere in un ulteriore evento. Nello studio, questi pazienti trattati con Praluent in aggiunta a statine alla massima dose tollerata hanno ridotto in maniera importante il loro rischio».

«Non tutti i pazienti con malattie cardiache sono uguali. Durante questo studio siamo stati in grado di identificare quei pazienti ad alto rischio che, seppur in trattamento ottimale con statine, presentano ancora una necessità urgente di opzioni di trattamento aggiuntive», ha precisato Elias Zerhouni, president global R&D di Sanofi. «Con circa il 90% dei pazienti già in trattamento con statine ad alta intensità, i risultati dello studio dimostrano che l’approccio della medicina di precisione in ambito cardiovascolare potrebbe far ulteriormente progredire il modo in cui trattiamo al meglio i pazienti ad alto rischio».

A oggi, alirocumab è approvato in Europa per il trattamento di adulti con ipercolesterolemia primaria (familiare e non) oppure per pazienti che non riescono a ridurre i livelli di colesterolo LDL con le statine o che sono intolleranti a questa famiglia di farmaci. In Italia è disponibile in fascia A da marzo 2017.