Dottore, quanto tempo mi resta da vivere? C'è una risposta giusta, ma non è quella che di solito danno i medici

Fine vita

Dottore, quanto tempo mi resta da vivere? C'è una risposta giusta, ma non è quella che di solito danno i medici

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Esiste una formula per calcolare lo scenario migliore e quello peggiore. Si prende la stima sulla sopravvivenza media, la si divide per quattro per avere lo scenario peggiore e la si moltiplica per tre per avere lo scenario migliore. 
di redazione

Laconica, perentoria, univoca e quasi sempre sbagliata. La previsione dei medici sul tempo che resta da vivere a un malato terminale viene spesso smentita dai fatti. È stato calcolato che nelle pazienti con tumore al seno in stadio avanzato l’ipotesi sulla sopravvivenza è corretta solamente nel 20-30 per cento dei casi. Il problema delle prognosi imprecise per le pazienti con tumore della mammella è stato portato all’attenzione della comunità scientifica internazionale da Belinda Kiely, oncologa dell’Università di Sidney, nel corso della Advanced Breast Cancer Fifth International Consensus Conference (ABC5) che si è appena conclusa (Lisbona 14-16 novembre).

«Ogni settimana nel mio ospedale, incontro donne di tutte le età con tumori al seno in stadio avanzato che spesso ci chiedono: “quanto tempo mi rimane?”», ha dichiarato Kiely. Piuttosto che azzardare una sola risposta (per esempio 12 mesi) che rischia di rivelarsi errata, bisognerebbe consegnare alla paziente tre diversi scenari: i tempi di sopravvivenza migliori, quelli peggiori e quelli medi. In questo modo la previsione dei dottori non viene percepita come una sentenza definitiva, ma come una indicazione più elastica e meno opprimente. 

Secondo Kiely esiste una formula matematica per calcolare i tre scenari che si è dimostrata affidabile in diversi studi. Si prende la stima sulla sopravvivenza media, quella che i dottori sono soliti consegnare alle pazienti come unico dato, la si divide per quattro per avere lo scenario peggiore e la si moltiplica per tre per avere lo scenario migliore. 

Secondo questa questa nuova prospettiva, la risposta alla domanda “quanto tempo mi resta da vivere?” non sarà più quindi solamente “12 mesi”, ma bisognerà aggiungere, seguendo il metodo di Kiely, “nel migliore dei casi 36 mesi e nel peggiore dei casi 3 mesi”. 

Le pazienti che ricevono tre risposte invece di una sola comprendono meglio la loro condizione e non si sentono intrappolate in un destino ineluttabile. La preferenza per i tre scenari è emersa da una piccola ma significativa sperimentazione condotta su 146 pazienti da 33 oncologi. A ogni donna era stata consegnata una pagina stampata con i tre scenari possibili riguardo alla propria sopravvivenza. Il 91 per cento delle pazienti ha dichiarato di aver trovato utile il volantino, l’88 per cento ha sfruttato le indicazioni per poter pianificare degli impegni e  portare a termine dei progetti e l’88 per cento ha affermato di aver compreso meglio il decorso della propria malattia. Il 77 per cento delle donne non ha reagito in modo traumatico all’elenco delle tre prospettive, perché per lo più erano simili o addirittura migliori a quelle che aveva immaginato. 

«Se diciamo ad una paziente che la stima per la sopravvivenza mediana  è di sei mesi, sembra che non resti aperta nessuna speranza per una possibile sopravvivenza superiore, anche se c’è in realtà il 50 per cento di possibilità che quella donna possa vivere più a lungo. Dall’altro lato, offrendo tre scenari, si aiutano le pazienti a prepararsi per il peggio e allo stesso tempo a sperare per il meglio. Questo metodo è più utile  a fare piani per il futuro», ha spiegato Kiely.