Emofilia A, verso una terapia genica dagli effetti duraturi

Il trial clinico

Emofilia A, verso una terapia genica dagli effetti duraturi

I risultati di uno studio di fase 1/2 su una nuova terapia genica per l’emofilia A indirizzata al fegato sono incoraggianti. La maggior parte dei pazienti dopo 2 anni dal trattamento aveva ancora livelli elevati del fattore di coagulazione VIII, la proteina carente in chi è affetto dalla malattia

di redazione

L’obiettivo di una terapia genica per l’emofilia A è uno solo: indurre a l’espressione del fattore di coagulazione VIII (FVIII), la proteina essenziale per la coagulazione del sangue che è carente nei pazienti affetti dalla malattia congenita. Questo risultato è stato raggiunto in più di un trial clinico ma non è mai durato abbastanza a lungo da poter considerare la terapia genica un successo. In tutte le sperimentazioni effettuate finora, dopo circa un anno dal trattamento, i livelli di FVIII erano scesi nuovamente e il rischio di emorragie tipico dell’emofilia si era ripresentato uguale a prima. Ora una nuova terapia genica testata in uno studio di fase 1/2 appena pubblicato sul New England Journal of Medicine dimostra per la prima volta di poter mantenere in funzione a lungo il fattore di coagulazione VIII riducendo notevolmente, e in  alcuni casi eliminando del tutto, gli eventi emorragici. 

L’emofilia A è la più comune tra le malattie del sangue ereditarie, colpisce una persona su 5mila (prevalentemente maschi) e si manifesta con episodi di emorragie e dolore articolare. La terapia standard consiste nella somministrazione periodica per via endovenosa di farmaci sostitutivi del fattore di coagulazione VIII, una procedura che incide pesantemente sulla qualità di vita dei pazienti e che non garantisce benefici sul fronte dei sintomi articolari. 

I ricercatori del Children’s Hospital di Philadelphia hanno messo a punto una nuova terapia genica in grado di indurre l’espressione del fattore VIII nel fegato che consiste in un solo intervento dagli effetti a lungo termine. Si tratterebbe, in sostanza, di una sorta di profilassi capace di allontanare per un lungo periodo di tempo il rischio di emorragie procurando benefici anche alle articolazioni. 

La nuova terapia genica sfrutta come vettore virale un adenovirus associato di nuova generazione “incaricato” di entrare nelle cellule del fegato e di produrre, una volta arrivato a destinazione, il fattore di coagulazione VIII. Il trattamento è stato testato su 18 pazienti con emofilia A in cura in diversi centri nel mondo di età compresa tra i 18 e i 56 anni. Alla maggior parte dei partecipanti sono stati somministrati steroidi per ridurre il rischio di una reazione di tipo autoimmune rivolta contro l’adenovirus che avrebbe compromesso l’intera terapia. 

I risultati della sperimentazione sono stati incoraggianti. In 16 casi su 18 i livelli di FVIII si sono mantenuti costanti per oltre un anno. Nei 12 partecipanti seguiti per più di due anni non è stato osservato alcun declino nell’attività del fattore di coagulazione con il passare del tempo. 

In generale i pazienti che hanno ricevuto la terapia genica hanno sperimentato una riduzione del 91,5 per cento degli episodi emorragici. 

Gli unici due pazienti che avevano perso in poco tempo i benefici della terapia genica avevano probabilmente avuto una reazione immunitaria contro l’adenovirus usato come vettore. Il che dimostra che gli steroidi non sono sempre sufficienti a tenere sotto controllo il sistema immunitario impedendogli l’attacco autolesionista. 

«Questi dati vanno a sostegno della nostra ipotesi che la terapia genica con adenovirus associato diretta al fegato sia un approccio praticabile per il trattamento a lungo termine dell'emofilia A. La ricerca futura cercherà di migliorare ulteriormente questo lavoro per raggiungere in sicurezza livelli di FVIII sostenuti, stabili e prevedibili in tutti i pazienti con emofilia A», ha dichiarato Lindsey A. George del Children's Hospital di Philadelphia che ha guidato il trial clinico.