Il fascino irresistibile della Tac. Il numero degli esami aumenta nonostante gli inviti a un uso più prudente

L’indagine

Il fascino irresistibile della Tac. Il numero degli esami aumenta nonostante gli inviti a un uso più prudente

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Con il ricorso disinvolto all’imaging il rischio di sovradiagnosi è molto alto. In molti casi le anomalie riscontrate non si evolvono in forma patologica e venirne a conoscenza non fa altro che alimentare ansie e condurre a trattamenti non necessari.
di redazione

Tutti pazzi per Tac e risonanza magnetica. Si potrebbe sintetizzare così l’ultima indagine sull’utilizzo della diagnostica per immagini negli Stati Uniti e in Canada. Nonostante i ripetuti inviti da parte di diverse società scientifiche a un uso meno disinvolto di questi strumenti, il numero di esami che colgono i dettagli di quel che accade all’interno del corpo sta continuando a crescere, sia nei sistemi sanitari privati che in quelli pubblici. Lo studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association è il primo a quantificare il ricorso alle immagini diagnostiche in diverse fasce della popolazione. 

Negli ultimi anni Tac e risonanza magnetica hanno lavorato incessantemente accogliendo al loro interno persone di ogni età, condizione fisica e stato sociale. L’unica tipologia di pazienti che ha ridotto l’uso dei macchinari è quella dei bambini. 

I ricercatori hanno valutato la popolarità della tac e della risonanza magnetica tra il 2000 e il 2016 in diversi gruppi di persone, adulti e bambini, per un totale di circa 20 milioni di individui in sette sistemi sanitari statunitensi e nel sistema sanitario pubblico dell’Ontario in Canada. 

Tra il 2000 e il 2006 si è registrato un picco nel numero di esami con immagini, ma la rincorsa a Tac e risonanza magnetica è proseguita negli anni successivi.  Tra il 2012 e il 2016 è stata calcolata una crescita annuale dell'1 -5 per cento nella maggior parte delle fasce di età sia negli Stati Uniti che in Ontario. L’unica eccezione riguarda l’uso della Tac per i bambini: negli Usa si è assistito a una riduzione del numero esami tra il 2009 e il 2013, un dato rimasto stabile negli anni successivi. In Canada la scelta di prescrivere meno Tac ai pazienti più piccoli è iniziata nel 2006 e prosegue ancora oggi.  

Dallo studio è emerso anche che gli abitanti degli Stati Uniti sono frequentatori più assidui delle macchine per le diagnosi rispetto a quelli del Canada ma la differenza si sta riducendo sempre più. Per esempio tra gli adulti più anziani nel 2016 si sono registrate 51 risonanze magnetiche per mille abitanti negli Usa e 32 per mille in Canada. 

La corsa alla Tac sembrerebbe essersi scatenata soprattutto negli ultimi tempi. Tra il 2006 e il 2011 la percentuale annuale di esami tra gli adulti anziani era dello 0,9 per cento. Negli ultimi cinque anni il dato è salito al 3 per cento. 

I risultati dell’indagine dimostrano in definitiva che gli sforzi della campagna “Choosing Wisely” lanciata nel 2012 dall’American Board of Internal Medicine Foundation e sostenuta da 85 società mediche non hanno dato i frutti sperati. 

«Sebbene la maggior parte dei medici sia consapevole del fatto che gli esami con imaging vengono spesso usati in modo eccessivo, non ci sono abbastanza linee guida basate sull'evidenza che forniscano tutte le informazioni sui benefici e danni che possono influenzare le scelte diagnostiche. Quando mancano queste evidenze, la decisione di default è il test per immagini», ha detto Smith-Bindman a capo dello studio. 

Il rischio di sovradiagnosi con il ricorso disinvolto all’imaging è molto alto. A queste apparecchiature, sempre più sofisticate, non sfugge nulla: in molti casi l’anomalia segnalata non si evolve in forma patologica e venirne a conoscenza non fa altro che alimentare ansie e condurre a trattamenti non necessari. Senza dimenticare che l’esposizione eccessiva alle radiazioni può essere dannosa aumentando il rischio di tumore. 

«Come tutti gli aspetti della medicina, è importante assicurarsi che l'imaging sia giustificato e che i potenziali benefici vengano bilanciati rispetto ai potenziali danni, come il rischio di falsi positivi», ha dichiarato Philip R. Lee dell’Institute of Health Policy Studies.