Fibrillazione atriale: edoxaban protegge i pazienti che si sottopongono ad ablazione

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Fibrillazione atriale: edoxaban protegge i pazienti che si sottopongono ad ablazione

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L'ablazione è una procedura efficace per il controllo del ritmo nei pazienti con fibrillazione atriale. Ma è associata al rischio di eventi tromboembolici, perciò è necessario l'utilizzo di farmaci anticoagulanti prima, durante e dopo l’intervento
di redazione

Nei pazienti che si sottopongono ad ablazione transcatetere per correggere la fibrillazione atriale, il trattamento non interrotto con edoxaban riduce il rischio di eventi tromboembolici senza aumentare significativamente il rischio di emorragie. 

Sono i risultati dello studio ELIMINATE –AF presentati durante il congresso del congresso annuale della European Heart Rhythm Association in corso fino a oggi a Lisbona. 

«L'ablazione transcatetere è una procedura comune ed efficace per il controllo del ritmo nei pazienti con fibrillazione atriale sintomatica», spiega Stefan Hohnloser, direttore del Dipartimento di Elettrofisiologia all’Università Johann Wolfgang Goethe di Francoforte e sperimentatore principale dello studio. «Tuttavia, essa è associata ad un significativo rischio tromboembolico durante e poco dopo la procedura, perciò richiede anticoagulazione sistemica prima, durante e dopo l’ablazione». 

Fino a oggi, in questi casi si usavano i “vecchi” antagonisti della vitamina K, mentre non sono disponibili dati solidi sull’utilizzo dei nuovi anticoagulanti orali ad azione diretta. 

Proprio questa lacuna voleva colmare lo studio ELIMINATE-AF, che ha valutato l’efficacia e la sicurezza di edoxaban in monosomministrazione giornaliera, rispetto agli antagonisti della vitamina K, in pazienti affetti da fibrillazione atriale e sottoposti a procedura di ablazione transcatetere e seguiti per almeno 90 giorni dopo l’intervento di ablazione. Lo studio ha coinvolto circa 600 pazienti da più di 70 centri distribuiti tra Europa, Canada e Asia.

Al termine del periodo di osservazione sono andati incontro a morte, ictus o emorragia lo 0,3% di pazienti in trattamento con edoxaban contro il 2% dei pazienti trattati con gli antagonisti della vitamina D. Leggermente più alto, invece, il tasso di sanguinamenti maggiori nel gruppo in trattamento con edoxaban rispetto a quello trattato con antagonisti della vitamina D (2,5% contro 1,5%). 

«Questi risultati forniscono l’evidenza che il trattamento continuo con edoxaban rappresenta un’alternativa all’anticoagulazione continua con antagonisti della vitamina K in pazienti affetti da fibrillazione atriale  e sottoposti all’intervento», dice ancora Hohnloser. «Ciò è significativo per questa popolazione complessa di pazienti e per i loro medici, poiché la gestione dell’anticoagulazione peri-ablazione è molto più facile con edoxaban in monosomministrazione giornaliera, con un basso potenziale di interazioni con altri farmaci».

Lo studio ELIMINATE-AF fa parte di EDOSURE, il programma di ricerca clinica su edoxaban, che comprende più di dieci tra trial controllati randomizzati, registri e studi non interventistici, conclusi e ancora in corso. Complessivamente, il programma studierà il farmaco sul oltre 100 mila pazienti.